Sopravvissuto a Nassirya, ucciso dai talebani

I nostri soldati portavano aiuti, viveri e avevano appena fornito assistenza medica agli abitanti dello sperduto villaggio afghano di Rudbar. I talebani li aspettavano al varco, all’uscita del borgo con le case in paglia e fango. L’imboscata è scattata furiosa e per il primo maresciallo Giovanni Pezzulo, colpito alla testa, non c’è stato nulla da fare. Il capo squadra degli alpini paracadutisti di scorta, Enrico Mercuri, è scattato verso il corpo del caduto per soccorrerlo. Un proiettile gli ha trapassato la gamba destra sotto il ginocchio.
I talebani hanno pianificato con precisione l’agguato. Da ore tenevano sotto osservazione gli italiani, che stavano svolgendo una missione Cimic, di cooperazione civile-militare a favore della popolazione. Alle 15, ora locale, le 11.30 in Italia, è scoppiato l’inferno. I primi colpi hanno centrato un mezzo della polizia afghana che precedeva il convoglio sulla via del ritorno alla base. Il veicolo degli agenti è finito di traverso, bloccando il resto della colonna. I talebani sparavano con fucili mitragliatori kalashnikov, lanciavano razzi Rpg 7 e forse avevano anche una mitragliatrice pesante.
Il maresciallo Pezzulo si trovava su un mezzo protetto, un Puma, o forse su uno dei piccoli blidati cingolati, tipo gatti delle nevi, che usiamo sulle montagne afghane. Forse era esposto, oppure, come sembra più probabile, ha cercato di uscire dal mezzo per rispondere al fuoco o mettersi al riparo. I talebani lo hanno colpito subito alla testa uccidendolo. «Conoscendolo avrà cercato di prendere posizione, di intervenire», raccontano i commilitoni dello specialista del Cimic, che avrebbe compiuto 45 anni il 25 febbraio.
Il maresciallo Mercuri, ranger del battaglione Monte Cervino di Bolzano, prima di raggiungerlo è stato falciato da un proiettile, per fortuna alla gamba. Gli alpini paracadutisti hanno subito risposto al fuoco e fra le fila dei talebani non pochi devono essere stati colpiti. Lo scontro, fra combattimento, sganciamento e organizzazione dell’evacuazione del ferito via elicottero è durato un’ora. Mercuri è stato trasportato all’ospedale da campo francese a Kabul e le sue condizioni non sono gravi. Ha rassicurato al telefono i familiari.
Pezzulo era un veterano delle missioni all’estero in Albania e Irak. Il 12 novembre 2003 era a Nassirya, quando i terroristi attaccarono con un camion-bomba la base dei carabinieri. Si trovava a circa un chilometro e mezzo, nella sede del governatore alleato, dove lavorava la sua unità Cimic. «Era una colonna del nostro reparto alla sua prima missione in Afghanistan. Lo ricordo come un grande sportivo, ci teneva alla forma per essere sempre pronto all’impiego all’estero. Con lui frequentavo la stessa palestra», dice al Giornale il colonnello Celestino Di Pace. Il comandante del Cimic group south di Motta di Livenza specializzato nell’ambito Nato nella cooperazione civile-militare.
Il villaggio di Rudbar, dove è avvenuto l’agguato, si trova nella famigerata Valle di Uzeebin infestata non solo dai talebani. Il capo della polizia della zona, generale Yardil Nizami, aveva già avvisato che «fra le montagne sono annidati anche gli arabi e i ceceni di Al Qaida». L’imboscata è stata rivendicata con una telefonata all’agenzia France Presse da Zabihullah Mujahid, portavoce dei talebani.
La missione degli italiani, 60 chilometri ad est di Kabul, si è iniziata lo scorso dicembre, quando abbiamo preso il comando della brigata multinazionale a Kabul. A Surobi, centro di presidio della zona, passa la strategica e unica arteria che porta da Kabul a Jalalabad, il capoluogo dell’Afghanistan orientale, fino al confine con il Pakistan. Fin dai tempi dell’invasione sovietica era una roccaforte di Gulbuddin Hekmatyar, un signore della guerra alleato dei talebani. Nel 2001, al crollo del regime del mullah Omar, proprio a Sorobi furono uccisi Maria Grazia Cutuli, del Corriere della Sera, e altri tre giornalisti.
La base avanzata presidiata dagli italiani, dove sono stati riciclati due vecchi bunker sovietici, si trova vicino alla diga di un bacino, che fornisce l’80 per cento di elettricità a Kabul. I talebani avevano cercato di farla saltare in aria con delle zattere minate.