La sopravvivenza è una scatola vuota

Nel centrosinistra tutto è tornato come era prima dei giorni della «grande paura» e dell'esibizione di unità, nel momento del voto di fiducia al Senato e alla Camera. La coperta dell'alleanza continua ad essere stretta e mostra che la tendenza alla frammentazione è ben più forte della ricomposizione avvenuta attorno al nome di Romano Prodi e alla mancanza di alternative. A Montecitorio, Piero Fassino aveva alzato la voce contro Berlusconi, ricordandogli che il centrodestra si era presentato da Napolitano con tre posizioni diverse e che l'Unione era invece compatta. Un miraggio svanito in pochi giorni, se Fausto Bertinotti ha sentito il bisogno di riconoscere la possibilità di «maggioranze variabili», rilanciando una sorta di «principio di precauzione» per sganciare il governo dal vincolo dell'autosufficienza. E se il contorno è ormai quello di un crescente «tutti contro tutti».
Si fa perfino una certa fatica a individuare l'epicentro di queste onde d'urto. Però si comincia a intravedere con maggiore chiarezza che l'instabilità nasce da un ennesimo «difetto di fabbrica». Fino a dieci giorni fa il principale «difetto di fabbrica» era rappresentato dallo squilibrio della coalizione a favore della sua area estremista. Oggi il vuoto è rappresentato dalla leggerezza del progetto del Partito democratico che dovrebbe risolvere, con un salto in avanti, i problemi strutturali di Quercia e Margherita. Altro che tre posizioni diverse, ogni giorno ce n'è un proliferare, nel conto alla rovescia dei congressi che dovrebbero sancire il grande salto.
Non c'è solo la diversità degli interessi più immediati - fra Prodi, Fassino, D'Alema e Rutelli - così come non c'è solo un'articolazione di posizioni su tutto, dai Dico alla nuova legge elettorale, al referendum, alle liberalizzazioni, alla riforma pensionistica, perfino agli accenti sulle scelte internazionali. Resta irrisolto innanzitutto il problema della famiglia di appartenenza. Quel che è scontato per i vertici della Quercia non lo è affatto per i vertici della Margherita. La questione non riguarda il tifo che gli uni fanno per Ségolène Royal e i secondi per François Bayrou, guardando alla campagna elettorale in corso in Francia. Questa è solo una metafora che, tradotta in italiano, significa, ad esempio, che Fassino si indebolisce vedendo pezzi del suo partito attratti da un'autonoma «rifondazione socialista». E che Rutelli è convinto di rafforzarsi spingendo su una soluzione neo-centrista. Con il risultato di trasformare l'ambizione del Partito democratico in un puro e semplice contenitore che da una parte è avversato come un «compromesso storico» di risulta e dall'altra è temuto come la versione italiana di un post-socialismo condizionato dal zapaterismo.
La crisi del centrosinistra ha sempre più il suo epicentro in un Partito democratico che avrebbe dovuto esorcizzare la debolezza dei due partiti fondatori e che, invece, è un oggetto misterioso, una semplice formula, priva dell'appeal che poteva avere dodici anni fa, quando la fondazione dell'Ulivo apparve come un possibile passaggio dal riformismo del Novecento ad una sinistra capace di misurarsi con le sfide dell'innovazione. Ciò che restava di quell'appeal, peraltro rilanciato dalle primarie, si è rapidamente consumato nell'esaurimento del governo Prodi.
L'area dell'Unione, se si può ancora chiamare Unione, non ha risolto nessuno dei suoi problemi. La sua crisi non si chiama Turigliatto. È la crisi delle sue due grandi componenti, Ds e Margherita, tenute insieme - è vero - da un istinto di sopravvivenza, ma senza una prospettiva, unite quando vanno da Napolitano, ma di nuovo frammentate il giorno dopo.