Sordità, un Sos nel primo convegno europeo

Al centro congressi di Sociologia in via Salaria si riuniscono venerdì 12 e sabato 13 centri clinici e associazioni in difesa dei sordi dalla nascita. La mission? Chiedere fondi e attenzione. Per evitare che centri come quello del Policlinico Umberto I debbano chiudere

GRIDO SILENZIOSO. È un urlo compatto e silenzioso quello rivolto all'Unione Europea dalle associazioni e dai centri clinici che si occupano di sordità. Perché «sensibilizzare» le coscienze non basta più, ora occorre che alla sensibilità faccia eco la concretezza dei governi e delle istituzioni, ancora non abbastanza attenti al problema della sordità profonda (che in Italia colpisce due bambini e quattro adulti ogni mille persone). È questa la mission del convegno internazionale sull'impianto cocleare in Europa, che riunisce venerdì 12 e sabato 13 novembre a Roma tutti gli operatori del settore.
DUE GIORNI. Nella due giorni di lavori al Centro congressi della facoltà di Sociologia in via Salaria, si ritrovano dunque - per la prima volta - esponenti del mondo medico di Italia, Inghilterra, Germania, Francia, Spagna, Turchia, Olanda e Polonia. Un'occasione per confrontare i progressi fatti in materia nel Vecchio Continente e per chiedere a gran voce più risorse per aiutare chi soffre di questo grave ed invalidante disturbo. Magari facendo qualcosa per equiparare la sordità alla disabilità.
L'ACCUSA. L'attenzione - per quanto riguarda il nostro Paese - sarà concentrata soprattutto sul Policlinico Umberto I di Roma, rappresentato dall'ordinario di Otorinolaringoiatria prof. Roberto Filipo, che lancia l'allarme: «Rischiamo di chiudere». I tagli annunciati dalla Regione Lazio, infatti, possono compromettere l'attività scientifica del Policlinico, che con 60 interventi all'anno sui 700 nazionali è il terzo per numero di impianti cocleari realizzati in Italia dopo i centri di Varese e Padova. Il cosiddetto «orecchio bionico», che prevede una protesi sia interna che esterna (eso-endoprotesi) dà ottimi risultati ma - ovviamente - prevede una lunga e complicata fase preparatoria e un altrettanto impegnativo percorso riabilitativo. Il tutto realizzato con poche risorse: un'unica terapista per i 300 bambini in cura, carenza di logopediste e poca programmazione da parte del ministero della Salute: «I costi - spiega Filipo - ricadono solo sugli ospedali». E con la situazione di gravissimo deficit della sanità in Lazio, ovvio che la situazione si preannunci disperata.