Sorella, madre, amante da sempre nella mia vita

Nella sua storia anche un volume di plastica Fu molto criticato ma vendette tanto

Diciamo subito, per enfatizzare la retorica in un articolo che rischia di essere retorico, che per me la Mondadori è madre, moglie, sorella, amante, amica, zoccola e anche un po’ figlia. Non sono dunque l’individuo più adatto per parlarne in occasione del suo centenario. Ma si presume di sì, perché della Mondadori sono stato e sono autore di libri, prima e dopo essere stato direttore e collaboratore di riviste (Storia illustrata e Panorama) e di collane, direttore editoriale della divisione libri, amico di Leonardo Mondadori e di buona parte dell’attuale dirigenza. Capite bene che è forte il rischio di stendere un pistolotto celebrativo, e davvero vorrei evitarlo.
Allora, come nei test psicologici, meglio prendere la prima impressione uscita dalla memoria e tirare quel filo. Nel 1986 ero da poco seduto sul trono più alto dell’editoria libraria italiana, a Segrate, e senza volerlo provocai una polemica da spanciarsi dalle risate. Decisi di pubblicare un libro di plastica, da leggere sotto la doccia, come quelli che oggi si usano a mo’ di giocattolo durante i bagnetti ai bambini (ma allora non esistevano ancora). Era un’idea divertente di Roberto D'Agostino e mi divertì farlo con lui, sicuro del successo commerciale. Apriti cielo. Infatti dal cielo della cultura e dall’alto dei giornali piovvero sul mio capo fulmini e tuoni. Dove andremo a finire, se la più grande casa editrice italiana, la casa dei Meridiani e dello Specchio, dei più grandi autori del Novecento, si mette a pubblicare giocattoli, libri-oggetto, idiozie?
Andò a finire che il libro vendette moltissimo, e l’unico vero problema furono le difficoltà a ristamparlo, perché, se avevamo migliaia di tonnellate di carta, non avevamo pensato a rifornirci di plastica. Poi la Mondadori continuò a pubblicare i Meridiani e gli Specchi, gli autori più grandi del Novecento e a scoprirne di nuovi. Tanto che, all’interno della sua immensa produzione, è - anche e ancora - la casa editrice che produce più cultura. Questo è il segreto (di Pulcinella) della Mondadori. «L’editoria è uno strano mestiere», ha detto Gian Arturo Ferrari, oggi a capo dell’editoria libraria dell’intero gruppo: «Usa lo spirito per fare i soldi, e i soldi per fare lo spirito». Grazie ai «libri di plastica», più che ai Meridiani, la Mondadori ha potuto salvare l’Einaudi dalla chiusura, come grazie al libro di plastica potei affidare a Pier Vittorio Tondelli una collana di narrativa sperimentale certamente destinata al passivo economico.
La Mondadori ha un catalogo dove c’è tutto e il contrario di tutto, dal padri della Chiesa agli anticlericali più aspri. Ha interessi e attività molteplici, dalle riviste alle librerie, per dire soltanto i più ovvi. Eppure - sarà una suggestione, ma non credo - nel palazzone di Niemeyer si respira un’altra aria rispetto alle aziende che fanno altre cose, come la confinante Ibm. I libri cambiano e seducono anche l’atmosfera, pure se vengono usati, come vengono usati, a paravento contro gli sguardi altrui, nella periclitante intimità dell’open space. Certo è che la modernità dell’edificio e delle tecniche editoriali non ha annullato una tradizione libraria antica e, ormai, centenaria. A parte settori di nicchia, lo stesso libro vende di più se pubblicato a Segrate, per la potenza commerciale della Mondadori, ma non è solo per questo che è la casa editrice più ambita. A me sentimentalone, per esempio, emoziona che il mio prossimo libro, su d’Annunzio, esca nella stessa casa editrice che ottant’anni fa fu quella del Vate. Il quale, meno sentimentale, chiamava Arnoldo Mondadori «Montedoro».
Quanto alla famiglia, non ho mai conosciuto Arnoldo né Alberto, ma Leonardo e sua madre Mimma sì. A Leonardo, scomparso troppo presto, ho voluto bene prima di lavorare con lui e mi strugge ancora il ricordo di una vacanza che facemmo insieme, sulla sua barca, alla fine del 1984. Era il periodo della grande crisi della casa editrice, messa in pericolo dall’investimento televisivo e dall’assalto di Carlo De Benedetti. Leonardo non si godette un minuto di vacanza. Appassionato com’era di tecnologie, aveva fatto un ponte radio e anche in mezzo alle tempeste era incollato all’apparecchio, per cercare investitori che gli permettessero di salvare l'azienda. «Marmaris Radio, Marmaris Radio», lo sentivamo dire tutto il giorno, dal ponte, mentre cercava il collegamento. Mi disse che con cinquecento milioni si poteva addirittura entrare nel consiglio d’amministrazione. Ma io quei soldi non li avevo e comprai poche azioni, che un anno dopo valevano dodici volte il prezzo d’acquisto. Era buono, generoso e amava la sua casa editrice e il suo lavoro, con vera passione d'editore. Caro Leonardo. Un giorno litigammo, e non mi sono mai perdonato la mia ira di allora, anche se poi facemmo pace. Siccome questo centenario lo sento anche un po’ mio, glielo dedico.
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