La sorella: «È stato ucciso» Dietro le quinte di un mistero

Quando apparve alla Madonna, non vi furono testimoni. Il che non significa, essendo il teatro ben diverso da un verbale dei Carabinieri, che l’evento fosse del tutto campato per aria. O forse sì, campato per aria lo era, visto che il teatro di Carmelo Bene era aria distillata come flatus vocis. Aria metallica, tagliata in sottili e penetranti lamine. Piccole spade, quasi, che infilzavano il corpo esterrefatto del pubblico. Una tortura, un sadico gioco di pieni e vuoti propedeutico all’unica dimensione cara all’attore-autore: quella che lui chiamava «della non vita».
Ma ora le parole della sorella di Carmelo, Maria Luisa, parole non metalliche, anzi dolenti, scavate in un legno antico di zattera alla deriva, chiamano in causa nuovamente l’assurdità della «non vita». Che ora però si chiama morte. Peggio, delitto.
«Io, Maria Luisa Bene - si legge in un documento a sua firma - avendo piena consapevolezza delle mie condizioni di salute, rendo noto di non intendere lasciare questa terra senza che il mondo sappia che mio fratello, Carmelo Bene, nominato “Chevalier des lettres e des arts” dal governo Mitterrand, è morto per mano altrui». Assassinato? Proprio lui, il «non nato»? Certo, l’oblio di una scomparsa normale, prosaica, non s’addice all’attore artifex capace di tutto e alla lettera «artefice» di un destino molteplice. Invece cadere sotto i colpi traditori, bruciare come un Pinocchio irrequieto e irredento, perdere un duello fatale come Amleto, accasciarsi sfinito ma fiero come Adelchi di fronte al nemico, sarebbe un’uscita di scena «alla» Carmelo Bene.
Tuttavia, dietro le quinte un altro atto, l’ultimo si sarebbe consumato. Un atto criminale, urla ora Maria Luisa che è molto malata ma che proietta in un futuro chissà quanto lontano la chiusura del caso che lei stessa ha aperto. «I tempi della giustizia - sostiene - sono, come è noto, assai lunghi laddove la vita stessa è a volte assai breve. Esprimo tuttavia la certezza che giustizia sarà fatta se non in questo, sicuramente nell’altro mondo».
Parole, si dirà. Parole che per il momento risuonano nude e vuote come nell’interstizio di una maschera da teatro No giapponese. Parole che ricadono, dopo una breve parabola di poche ore, di pochi minuti, sulla platea di un pubblico attonito. Giancarlo Dotto, giornalista, scrittore e per molti anni assistente alla regia di Bene, degli ultimi momenti della vita dell’amico ricorda «oltre alla sua dignità, la dedizione della compagna Luisa Viglietti, da cui era assistito giorno e notte. Carmelo chiese anche notizie al medico che lo curava, e il medico gli disse che non c’era più niente da fare. La situazione era tenuta sotto controllo dai medici. Io sono testimone di questo». E l’attrice Emanuela Kustermann, che nel 1963 esordì proprio a fianco di Bene: «Anche se negli ultimi anni ci siamo frequentati poco, so che Carmelo era molto malato, aveva vari by-pass. A mio avviso - ha aggiunto - quella della morte per mano altrui è un’ipotesi assurda. Ma vorrei capire su quali fonti o certezze si basano le dichiarazioni di Maria Luisa Bene e per quali motivi si è fatta viva solo adesso con una rivelazione così scottante. Penso comunque sia ormai troppo tardi a meno che la sua tesi non si basi su qualcosa di molto concreto».
Mentre il regista Pippo Di Marca si spinge un po’ più in là, corroborando il proprio stupore con valutazioni più intime. «So che si era chiuso in una sorta di autoisolamento, quasi una segregazione per scelta dichiarata. E mi sorprende quanto dichiarato dalla sorella. Negli ultimi tempi a Carmelo non interessava molto vivere. È come se avesse abdicato alla vita, volutamente, pur mantenendo una sua lucidità e aggressività. Rimase convinto, sino alla fine, di non essere stato capito, “riconosciuto”. Fu questo il suo più grande cruccio. Ma era una persona dolcissima. Non poteva avere nemici. Non se ne sarebbe andato comunque in questo modo, in maniera violenta. La sua morte, forse l’avrebbe messa in scena».
Morire in scena o inscenare la morte? Per uno come Carmelo Bene, entrambe le cose sarebbero state troppo banali, qualcosa di molto, troppo vicino al teatro che volle con tutte le sue forze spogliare, scarnificare, ridurre a parola che rimbomba nel vuoto. Al Maurizio Costanzo Show del 27 giugno 1994, esordì dicendo: «È con infinita agape, molto più che schopenhaueriana, che ho compreso, senza per questo immedesimarmi, di essere di fronte a una platea di morti». I «morti» risero, fecero smorfie, protestarono. In pochi capirono che quella non era una provocazione, ma una lacrima da Pierrot.