Sorpresa: dal 2000 consumi in crescita

Milo Goj*

Ma insomma, come se la passano, davvero, gli italiani? La situazione appare confusa e contraddittoria. Da un lato sembra prevalere un senso di cupezza, alimentato dall’interrogativo-tormentone «arrivi a fine mese ?», dal retrogusto iettatorio. Politici e opinionisti vari dipingono l’immagine di un Paese sfiduciato, in cui le famiglie sono costrette a indebitarsi per tirare avanti, con un conseguente crollo dei consumi. E non manca chi arriva a sostenere che sta diventando persino difficile mettere insieme il pranzo con la cena.
Diversi segnali smentiscono però questo scenario catastrofico. Per fare chiarezza su cosa è successo effettivamente in questi ultimi anni, il mensile economico Espansione sta completando una vasta ricerca, basata su fonti variegate e autorevoli (tra cui Istat, Banca d’Italia, Confcommercio, Censis, Eurisko, Prometeia, Information Resources), che sarà pubblicata in settembre. Di cui anticipiamo le principali conclusioni.
Innanzitutto nel periodo preso in esame, il quadriennio 2000-2004, i consumi reali (al netto quindi degli aumenti di prezzo), non sono affatto diminuiti, ma hanno registrato un aumento del 3%, il che si traduce in una spesa complessiva di 817,5 miliardi di euro. Questo incremento è ancora più significativo, se si considera che l’anno di riferimento, il 2000, era stato eccezionalmente buono per i consumi. E non tanto perché è stato l’ultimo prima dell’era del terrorismo (iniziata l’11 settembre del 2001), ma perché le Borse mondiali, compresa Piazza Affari, avevano raggiunto il top, la New economy faceva ancora sognare e, soprattutto, si verificava la fortunatissima combinazione di un petrolio basso, a 27 dollari al barile, e di un euro altrettanto basso, a meno di 0,90 dollari. Il che significava ridotte spese energetiche, esportazioni facilitate, e convenienza per i turisti extra Eurolandia a venire in vacanza da noi.
La percezione di una crisi - a parte polemiche politiche e azioni di lobby volte a ottenere agevolazioni - è dovuta al fatto che, se i consumi nella loro globalità sono aumentati, sono pure cambiati profondamente nella loro composizione. E a perdere sono stati proprio quelli più appariscenti, appartenenti ai comparti tipici del made in Italy, abbigliamento, accessori, gioielleria, mobili; mentre sono cresciuti telefonia, articoli a contenuto tecnologico, elettrodomestici e industria del benessere. Alcuni esempi: l’incidenza di vestiti e calzature sulla spesa totale degli italiani è scesa dal 9,2% all’8,8% e quella dei mobili dal 4% al 3,6%. Nel contempo, le vendite di condizionatori d’aria sono salite da 300mila a 2,5 milioni, e quelle dei televisori a schermo piatto da poche migliaia a 800mila.
Si potrebbe obiettare che stiamo parlando dei consumi di una fascia relativamente ristretta di italiani, quelle 2 milioni di famiglie, su oltre 20 milioni, definite più che benestanti. In realtà alcune voci di spesa sono talmente ampie da dover necessariamente riferirsi alla gran parte della popolazione. Per palestre, massaggi, parrucchieri, integratori, in generale cura del corpo, la spesa è cresciuta dell’11% annuo, raggiungendo quota 14 miliardi, circa 700 euro l’anno per famiglia. E la domanda di elettrodomestici è salita in termini reali del 15,3 per cento. Ma il vero indicatore di un benessere diffuso è la telefonia mobile: le linee attive sono oggi 70 milioni, il doppio del 2000. E la spesa mensile per famiglia per telefonate private è di 70 euro al mese, cifra oltretutto sottovalutata, perché esclude le linee intestate alle partite Iva, i cui titolari verosimilmente utilizzano il cellulare anche per chiamate personali. Tornando alle presunte difficoltà a comprare da mangiare, questa tesi è - con rare eccezioni- priva di fondamento.
Nell’ultimo anno la crescita in volumi (quindi in alimenti acquistati) è stata del 4%, favorita anche dal fatto che finalmente stiamo imparando ad approfittare delle promozioni e riusciamo perciò a pagare di meno. E non si ripiega sui cibi di minor pregio, ma si punta su quelli più sani. All’interno della spesa alimentare, aumenta la quota del pesce dal 6,9% al 7,2%, e di frutta e verdura, dal 17,3% al 17,5%. Del resto i costosi prodotti light hanno incrementato la propria quota dal 12,9% al 15,1%, mentre nei supermercati i prodotti meno costosi (quelli con un prezzo inferiore di oltre il 25% sulla media della loro categoria) sono scesi dal 15% al 13,6% delle vendite. E per chiudere il cerchio, è falso affermare che per mantenere questi consumi gli italiani abbiano dovuto dar fondo ai loro risparmi.
Anzi, i risparmi sono cresciuti nell’ultimo quadriennio dal 11,8% al 13,6% degli introiti, coerentemente, la ricchezza delle famiglie (risparmi più patrimonio) è salita da 8,5 a 9,9 volte il reddito annuo. Come si conciliano questi dati col forte aumento dell’indebitamento - cresciuto dal 2000 del 130% e arrivato a quota 160 miliardi - tanto che i debiti medi delle famiglie italiane sono oggi pari al 40% del reddito? Per prima cosa va ricordato che questo 40% non deve spaventare, perché è in realtà una percentuale bassa. Per i francesi è pari all’80 per cento, mentre per tedeschi, inglesi e spagnoli supera addirittura il 100 per cento.
A essere indebitate in Italia sono poi 5,5 milioni di famiglie: di queste solo il 16% è ricorso al credito perché «non ce la fa più», il resto è composto da famiglie di livello piuttosto alto, che hanno voluto cogliere le nuove opportunità dell’offerta del mercato finanziario, e che al tempo stesso stanno incrementando anche i loro risparmi. Il che per un Paese come l’Italia può apparire quasi paradossale, ma invece rappresenta un passo avanti verso la modernità.
*direttore di Espansione