Sorpresa, Baricco torna uno scrittore vero

Sorprese discordi, in quest’autunno letterario: dopo una Mazzucco consegnatasi mani e piedi all’inautentico, eccoci risarciti da un Baricco che torna ad essere scrittore vero. Gli avrà giovato il trasloco dalla Rizzoli alla Fandango, si dirà; sta di fatto che la schietta potenza affabulatoria di Questa storia (pagg. 283, euro 15) non emana neanche un po’ il calore di lana sintetica che spesso avviliva altri lavori dello stesso autore.
Questa storia si apre con la cronaca di una gara automobilistica primordiale, la Parigi-Madrid. Siamo nel 1903 e i regnanti di Spagna fanno allestire un palco, delle tribune, persino una lavagna, disponendosi in attesa dei piloti partiti nell’alba di Versailles tra due ali di folla. Solo che va tutto male. Una donna sente un rombo, si affaccia sulla strada con due uova in mano; forse non sa nemmeno cosa sia, un’automobile: è investita dalla Panhard-Levassor di Maurice Farman. Morirà «di una morte teoricamente fuori della sua portata». La gigantesca De Diétrich di Stead vola invece oltre un ponte: «giurarono che le ruote ancora giravano ossessivamente nell’aria, bruciando cavalli, un attimo prima che tutto andasse a sfracellarsi nel greto del torrente. Videro passare l’acqua torbida di sangue e di benzina, le lavandaie, due chilometri più a valle, ma non potevano capire». Quanto a Richard, morirà presso Angoulême: un contadino «fischiò al cane e quello spinse le tre vacche ad attraversare la strada. Arrivò a centoventi orari, non provò nemmeno il freno, ma lesse nello spazio tra due pioppi l’ultimo spiraglio per l’infinito. La sua Mercedes rispose male, e i due pioppi si strinsero come non avresti detto mai».
All’ennesimo, tragico, cablogramma il presidente della Repubblica francese ordina di fermare la corsa, e solo a questo punto il romanzo comincia sul serio. Di nuovo, si tratta di vacche: le ventisei mucche fassone che all’inizio del Novecento un certo Libero Parri decide di vendere per aprire un’autofficina. La moglie francese, Florence, lo aiuterà a decifrare la Mécanique de l’automobile edita da Chevalier. Di manuali in italiano, allora, nessuna traccia. L’impresa sarebbe destinata comunque a fallire se un nobile con la passione per i motori, un giorno, non rimanesse in mezzo alla campagna senza benzina. Sarà l’inizio di un sodalizio che per Libero (era il tempo in cui il meccanico sedeva nelle gare accanto al pilota) vorrà dire la notorietà. Anche Libero sarà fermato da un incidente, ma suo figlio Ultimo non avrà che un desiderio: costruire una strada che torni su di sé. Un percorso perfetto staccato dalla vita, in mezzo al nulla. Non un anello da ippodromo: una pista con tante curve, e in ogni direzione. In poche parole, Ultimo vorrebbe costruire ciò che sarà poi chiamato un circuito. Prima di realizzare il sogno, tuttavia, dovrà passare attraverso la Prima guerra mondiale e l’inferno di Caporetto, che Baricco ci fa raccontare, in pagine che sono tra le più coinvolgenti del libro, da un chirurgo militare che ricorda certi spietati analisti del male bellico rintracciabili nel Voyage au bout de la nuit di Céline.
Gli altri due capitoli, quello americano che è molto curioso e quello del rientro in patria, a tratti divagano senza tuttavia mai perdere completamente i contatti con quanto precede. E non a caso, perché la metafora del circuito allude ad un desiderio di chiusa perfezione: «Pensò all’infinito caos di ogni vita, e all’arte sopraffina delle cose che sanno pronunciarlo in un’unica figura, compiuta».