È una sorpresa il Cherubini tutto da ridere

Antonio Cirignano

da Martina Franca

I soliti guastafeste. Non sarà un titolo accademico ma al Festival della Valle d’Itria se lo meritano. Anni ci avevamo messo per capire chi è Luigi Cherubini (1760 - 1842). A forza di Medee, Lodoiske e Requiem ce n’eravamo fatti un’idea abbastanza precisa: un musicista eccelso e austero, accademico raffinato ma incapace di sorridere. Ora arrivano loro e tutto va a carte quarantotto. Dalla polvere degli archivi salta fuori (in edizione critica a cura di Helen Geyer) Lo sposo di tre e marito di nessuna, un’opera comica che l’insigne fiorentino scrisse all’età di ventitré anni per il teatro San Samuele di Venezia su libretto di Filippo Livigni. La vicenda di Don Pistacchio, che crede di fare il cicisbeo con tre fanciulle mentre sono loro a prendersi gioco di lui, è un classico dramma giocoso di scuola napoletana.
Il giovane Cherubini lo veste di una musica brillante con ampie parentesi liriche, in cui già affiora la profonda dottrina che in seguito trionferà in ambito serio. C’è il contrappunto, a dipingere il capogiro farsesco. C’è la ricerca timbrica, con pagine sublimi in cui il gioco dei legni incanta e anticipa i tempi. E c’è ovunque la grazia di un sorriso insospettato benché diluito fra molte lungaggini di maniera. A contenerle ci pensano l’abile regia di Davide Livermore e un cast di giovani voci impegnate in un gran gioco di squadra. L’esile storiella settecentesca, ricollocata negli anni Venti del cinema muto, fra didascalie a schermo e mimica affettata, rivive un nuovo humour fatto di mille gags in un’attività di scena a dir poco frenetica.
Grande impegno fisico dunque, in aggiunta a quello vocale. Le tre rivali, tutte voci di soprano, sono due baronesse, Donna Lisetta (Maria Laura Martorana) e Donna Rosa (Rosa Anna Peraino), e una «cantatrice di piazza», Bettina (Rosa Sorice). Le prime due ingaggiano un vero duello a suon di «numeri» canori, mentre Bettina è figura più distensiva. E il duello rivela una Lisetta sorprendente nelle colorature, che per di più dardeggia sicura nei sovracuti con l’autorevolezza di una Regina della Notte. Fra i ruoli maschili spiccano l’irresistibile comicità del Don Pistacchio di Giulio Mastrototaro (baritono) e il limpido lirismo tenorile del Don Martino di Emanuele D’Aguanno. Bene anche il Don Simone di Vito Priante e il Folletto di Gabriele Ribis, entrambi baritoni. Dimitri Jurowski guidava l’Orchestra Internazionale d’Italia (partecipando inoltre alle gag) e la regia si avvale degli effetti d’ombre della Compagnia Controluce. Seconda proposta teatrale del Festival e secondo successo pieno. A conferma del fatto che in certi casi guastare le feste porta bene.