Sorpresa a Cuba, Raul apre agli Stati Uniti

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Fidel non c’era e non era atteso. Era meno scontato che egli non mandasse un messaggio per celebrare il cinquantesimo anniversario dello scoppio della sua Revolución. Nemmeno attraverso il principale oratore della grande parata, il fratello Raul, presidente di Cuba ormai non soltanto ad interim e che del Castro numero uno ha trasmesso soltanto i saluti. Nessuna notizia delle sue condizioni fisiche, se non un vago auspicio del vicepresidente Carlos Lage: «L’avremo ancora fra noi, continuerà a guidarci».
Ma la cerimonia è stata egualmente pittoresca, anche per i suoi toni rétro. Non soltanto commemorativi: è passata una riproduzione del mitico battello «Granma» su cui una manciata di barbudos sbarcarono il 2 dicembre 1956, primo passo della marcia verso l’Avana, dove tre anni dopo attinsero il potere, quando erano un esercito di novemila uomini. Testimonianza di un passato altrove quasi dimenticato le componenti della sfilata militare: sfrecciavano dei Mig di antico modello, rombavano carri armati e autoblindo sfornati dalle fabbriche dell’Unione Sovietica negli anni più caldi della Guerra Fredda. Si lasciavano dietro nubi attossicanti. Uno dei carri è andato in panne proprio davanti al palco presidenziale ed è stato abbandonato davanti alla tribuna d’onore, insolitamente folta di dignitari stranieri dopo lunghi anni in cui all’Avana non veniva nessuno. C’era, inevitabilmente, il presidente eletto del Nicaragua neosandinista Daniel Ortega. C’era il capo dello Stato haitiano René Preval. Poi un deputato argentino, un ex presidente dell’Ecuador in rappresentanza del prossimo presidente Correa. Non c’era l’ospite più atteso, Hugo Chavez, impegnato a farsi rieleggere oggi presidente del Venezuela. In compenso c’era il più colorito fra tutti, il boliviano Evo Morales, che ha profetizzato una sorta di castrismo universale. «Adesso non siete più soli. Non c’è più un “comandante” a far fronte all’Impero. Altri governanti e altri popoli si sono uniti a voi cubani nella lotta per farla finita con l’imperialismo americano. Dall’America Latina ora dobbiamo estenderci all’Africa e poi formare una grande alleanza con i Paesi del Medio Oriente». Per sottolineare la serietà dell’impegno, Morales ha presentato a Raul Castro, perché lo porti a Fidel, il suo regalo di compleanno: un soufflé a base di foglie di coca.
Un accenno al futuro, meno colorito e più politico, è venuto con l’allocuzione del fratello reggente dell’Avana. Dopo aver celebrato il passato in termini scontati, Castro jr. si è rivolto agli Stati Uniti, proponendo trattative dirette. «Vogliamo cogliere questa occasione per ripetere ancora una volta che siamo disposti a sederci a un tavolo di negoziati e a risolvere in quella sede i nostri ormai antichi contrasti fra gli Stati Uniti e Cuba. Siamo pronti a discutere, ma solo ad una condizione: che sia riconosciuto come base di ogni trattativa il principio della pari dignità fra i due Paesi, della reciprocità, del mutuo rispetto e dell’impegno ad astenersi dall’interferire nella politica e nella vita della controparte. Cuba su questo non tollera ombra di dubbio. Continuiamo ad aspettare pazientemente il giorno in cui il buon senso avrà finalmente il sopravvento a Washington. Nel frattempo continueremo a migliorare la preparazione e la coesione combattiva delle nostre truppe e delle riserve ed estenderemo la modernizzazione dei nostri armamenti e metodi di combattimento a tutto il territorio nazionale, per essere pronti a servircene se si dovesse verificare un’aggressione».
Niente di nuovo, in sostanza. Raul Castro è la stessa persona che qualche mese fa al momento di assumere «temporaneamente» il ruolo e i poteri di Fidel ordinò per prima cosa una mobilitazione delle forze armate nell’eventualità di una «aggressione americana» che dovrebbe avere lo scopo di «interferire» nella vita politica dell’Avana nell’eventualità di una prossima morte di Castro e di una conseguente incertezza sul futuro di Cuba. Quel giorno, come ieri, Raul ha precisato che a succedere Fidel non sarà un uomo bensì il potere collettivo del Partito comunista. Una formula ancora più arrugginita e antiquata delle armi sovietiche a disposizione dell’Avana e di quel carro armato che ieri si è arenato davanti alla tribuna delle autorità nella Piazza della Rivoluzione.