La sorpresa De Gregori: nuovo cd e svolta acustica

A solo undici mesi dal parziale insuccesso di «Pezzi», all’inizio di febbraio esce «Calypso»

Paolo Giordano

Colpo secco, nuovo ciddì. Sarà che uno non se l’aspettava così presto. O che lui, il Principe, di solito se le coccola le sue nuove canzoni, le lascia crescere e respirare sui fogli d’appunti, in sala d’incisione, sui tavolacci delle osterie. Comunque rieccolo ed è una sorpresa: appena undici mesi dopo il ciddì Pezzi, il dieci febbraio Francesco De Gregori ne pubblica un altro che nel titolo richiama una ninfa greca ma pure un ballo giamaicano, un titolo di bellezza e movimento e anche di svolta, massì. Calypso. De Gregori lo ha registrato di getto tra la seconda metà di novembre e dicembre, trascorrendo ore chiuso con la sua band nel piccolo studio di registrazione della casa di Spello, il borgo silenzioso nell’Umbria ai confini con le Marche. Settimane di lavoro al riparo dalle pressioni e dalle ansie, a pochi metri dagli uliveti che inseguivano le ombre lunghe del sole d’autunno. Lì De Gregori produce un extravergine da primato, con i riflessi verdi e asprigni dell’olio umbro, il Moraiolo o il Leccino, che già nel Trecento i contadini benedicevano col pane e il sollievo di un anno buono. E lì sono nate queste nove canzoni a bruciapelo, inattese e impegnative perché dovranno sovrastare l’eco delle altre appena uscite e anche loro subito benedette dagli osanna dei critici. Pezzi è stato un ciddì trasversale per Francesco De Gregori. Salutato come uno scampolo di poesia rock, gallonato da riferimenti simbolici a Celestino V (Vai in Africa, Celestino!) o alla Atene dei peripatetici (Gambadilegno a Parigi), è stato addirittura esposto alle luci volatili del Festivalbar dove lui, il Principe di Alice, ha voltato pagina, è salito in scena dopo Max Pezzali o Shakira o il pop usaegetta e ha dato l’imprimatur al segnale che era nell’aria: la canzone d’autore ora scende a patti, si fida di chi l’ascolta, non ha più paura di perdere quarti di nobiltà mostrandosi di prima sera in una gigantesca e coloratissima piazza tv. Risultato: un po’ più di centomila copie vendute, forse troppo poche, forse qualche mugugno dei discografici (è sotto contratto Sony/Bmg) che a ottobre hanno imposto l’album a metà prezzo per riaccendere le vendite.
E allora dagli dentro.
De Gregori ha finito la sua tournée partita in un tripudio di chitarre e pubblico nel palasport di Palermo sorpreso dalla festa eppoi ha deciso di rinunciare al piacere angoscioso dei foglietti di carta, degli appunti con gli accordi o delle parole lasciate lì a macerare o germinare in attesa di diventare canzoni. Ha registrato subito. E ha svoltato, dentro e fuori. Calypso è meno elettrico, più acustico, le chitarre si sono vestite a sera abbandonando tra gli alberi di Spello le ruvidezze dylaniane. E i testi, sembra, sono diventati meno politici nel senso vero di «polis», meno addolorati forse, dopo avere urlato nell’altro ciddì che «Se potessi rinascere ancora/ preferirei non rinascere qua». C’è la canzone Calypso che forse porta con sé i profumi dell’evasione o del rilassato, inevitabile disimpegno e c’è un altro brano che riapre alle atmosfere della Donna cannone.
C’è insomma un nuovo De Gregori o forse un altro volto di De Gregori che nell’accelerazione creativa trova la cura al «rifiuto della politica» affiorato già tra le maglie di Pezzi, nelle canzoni ma anche nelle sue parole pubbliche, abituate da decenni ad avere ben altro tenore. Ora esce Calypso. Così, all’improvviso. Così, per il bisogno urgente di non lasciarsi scorrere altro tempo addosso senza il piacere o la rabbia di fermarlo tra le note di un disco.