La sorpresa dei delegati europei: Lampedusa non è Guantanamo

Alessandro. M. Caprettini

nostro inviato a Bruxelles

Cercavano la Guantanamo del Mediterraneo (Stefano Zappalà, vice-presidente della commissione Libertà e giustizia giura ridendo che un deputato del Nord-Europa gli ha chiesto come mai non si vedessero le «camere di tortura») e hanno trovato due hangar puliti, con i letti a castello, solo 11 extracomunitari in sede - soprattutto scafisti bloccati dai giudici - e persino stampe con l'elenco dei diritti degli immigrati in inglese, francese ed arabo.
Ma alla delegazione dell'Europarlamento scesa un paio di settimane fa a Lampedusa per verificare lo stato del Centro di permanenza temporanea (Cpt) degli immigrati, lo spettacolo non è piaciuto lo stesso. Dove stava il gulag descritto nei mesi precedenti tanto da Catania (Prc) che da Fava (Ds)? Dove le masse disperate trascinate pressoché in catene da gommoni e zattere in quella post-moderna casa degli schiavi descritta così efficacemente dalla sinistra italiana? E così, nella relazione finale dell'ispezione compiuta - che ieri si è dibattuta e votata in commissione all'Europarlamento -, la socialista francese Martine Ruore ha scritto che la delegazione europarlamentare si è dovuta rivolgere agli isolani per sapere che sì, in effetti, a ondate, si rovesciavano nel centro 3-400 disperati salvati dalla Marina Italiana. Nessuna traccia nella relazione, comunque, del loro rifocillamento e delle cure ricevute. Solo accuse per il fatto che il governo italiano offrisse loro un elenco di legali con sede ad Agrigento, come se a Pantelleria ce ne fossero a decine pronti ad intervenire, e l'ammissione di un carabiniere della mancanza di vetri alle finestre a causa delle liti tra i ricoverati che non trovavano di meglio che frantumarli.
È una «summa» caustica e prevenuta che emerge dalle pagine della relazione Roure su cui evidentemente non ha fatto breccia il fatto che il governo socialista di Zapatero a Ceuta e Melilla abbia sparato contro chi forzava le reti di protezione delle due enclaves spagnole in territorio marocchino o che, a detta di un eurodeputato francese, Parigi abbia un centro di accoglienza ben peggiore di quello di Lampedusa (tanto che la commissione ha deciso una ispezione anche lì a dicembre). Non è bastato che Frattini, giusto il giorno prima, abbia insistito sulla necessità di coordinare gli interventi per frenare l'immigrazione o che il ministro spagnolo Moratinos, al consiglio d'Europa sempre l'altro giorno, abbia invocato una sorta di «piano Marshall» con 60 milioni di euro da destinare al Marocco, per frenare una invasione sempre più diffusa e minacciosa. Per la commissione Libe - dove spiccava l'assenza dei tanti italiani che ne fanno parte a cominciare da Santoro e Gruber (c'erano solo Zappalà per il centro-destra, Fava e Catania per il centro-sinistra) - Lampedusa resta un pugno nell'occhio per il fatto che non si è voluto dar conto del numero dei rimpatriati, perché docce e lavandini sono alimentati da acqua di mare, perché esistono solo 10 bagni per una struttura costruita per 180 persone, perché non si sono trovati medicinali nella piccola infermeria. Insomma, come recita il finale del rapporto «si esprime preoccupazione in merito all'espulsione di migranti», si considerano «precarie e del tutto inadeguate al flusso migratorio» le condizioni del Ctp, si rivendica maggiore trasparenza da parte del governo italiano sull'accesso ai documenti che certificano la posizione giuridica delle persone ospitate nel centro (che notoriamente i documenti, anche se li hanno, si guardano bene dal consegnarli) e si chiede che la commissione faccia chiarezza su quel che accade ai rimpatriati in Libia. In sostanza, andati a verificare lo stato delle cose, gli eurodeputati non hanno trovato Guantanamo e se ne lagnano. Omettendo giusto il nome del parente di un ministro che gestisce la locale Ong. Forse perché hanno dovuto ammettere che il Mediterraneo non è così uguale al mare che lambisce il Sud America.