Sorpresa, a Guantanamo si ingrassa

Pasta, carne, dolci: nove chili di peso in più dal giorno dell’arresto. I sospetti terroristi hanno trovato un nuovo nemico: il colesterolo alto

Massimo M. Veronese

Hanno detto che là dentro, in quelle celle di due metri per due, dove la temperatura la mattina raggiunge i 40 gradi e la brezza arriva appena, li avrebbero fatti a pezzi. Soprattutto gli spiedini di carne e i filone di pane, poi volendo, per chi è delicato di stomaco, ci sarebbe disponibile sul menu anche un vasettino di yogurt magro, alla soia o al latte di cammella. Perché sia chiaro che qui a Guantanamo Bay, Cuba, gli unici fermenti consentiti dalla dura legge del penitenziario sono quelli lattici. Cinque anni dopo l’apertura del carcere più speciale del mondo le centinaia di prigionieri detenuti con l’accusa di terrorismo internazionale hanno trovato un nuovo strisciante nemico ad insidiarli sotto la pelle: l’obesità. Mangiano troppo, mandano giù di tutto e si gonfiano, si può dire?, come maiali. Più o meno nove chili in media, da quando sono sbarcati sull’isola. Lo ha spiegato un ufficiale del Pentagono, mettendo come si suol dire, a frutto, i risultati delle sua indagine sulle abitudini alimentari degli ospiti. Dice anche che al momento della cattura erano tutti sottopeso, magri magri, pelle e ossa, ridotti peggio di Kate Moss.
Questo non migliora certo la fama del posto. Nel rapporto «Guantanamo: vite fatte a pezzi», Amnesty International denuncia isolamento prolungato, esposizione al freddo, violenze fisiche, torture psicologiche. Molte riserve sull’alloggio, ma poche sul vitto. Anzi in questo gli incappucciati arancione stanno diventando, orrore degli orrori, occidentali. Ingrassano. E combattono lo stesso nemico di quell’esercito di americani prigionieri di junk food e candy bars: il colesterolo alto.
Mangiano. Più dei 35 milioni di americani che hanno a disposizione, secondo il censimento Usa, due dollari e cinquanta al giorno, quello che basta per un hamburger e una Coca Cola, per sopravvivere, più degli altri venti milioni che per sfamarsi dipendono dai food stamps, le tessere alimentari dello Stato, più di quella nicchia che abita nelle periferie del West Virginia o dell’Arkansas che si rifugia in mancanza di meglio nelle scatolette di carne per cani, in un Paese che non ha mai mangiato tanto come adesso.
I prigionieri di Guantanamo ricevono tre pasti al giorno, almeno uno di questi caldo, confezionati secondo i precetti religiosi musulmani. Ma a quanto pare il duro esercizio fisico non consuma le calorie e la depressione psicologia non si fa accompagnare dall’inappetenza. La dieta da 4.200 calorie al giorno, a base di carne, pane e yogurt ha lasciato un segno. Oggi secondo il comandante della marina militare Robert Durand, che non ha paura di dire pane al pane e vino al vino, i detenuti sono tutti «sovrappeso o tendono all’obesità».
Bombardati dalle calorie, costretti a combattere la guerra chimica sul fronte dei dolcificanti, vittime di squilibri alimentari che esplodono come kamikaze sulla pelle, sul giro vita o peggio ancora, i detenuti per evitare di precipitare nei pop corn al burro fuso o nei blasfemi wurstel ripieni di formaggio liquido, affidano tutte le loro speranze al segretario di Stato Condoleezza Rice che ha già annunciato l’intenzione dell’amministrazione di chiudere il penitenziario. L’ala dura dei repubblicani si oppone. Ma a Guantanamo ormai temono più i conservanti dei conservatori...