Sorpresa, nella "monnezza" c’era una Napoli milionaria

La città vive un felice paradosso: sono proprio i suoi gravi problemi ad alimentare il lavoro di scrittori, editori e registi. Il disagio di vivere in un contesto imbarbarito provoca l'orgoglio della nuova generazione di intellettuali

Chi pensa che Napoli sia soltanto appestata dall’immondizia o insanguinata da stragi di camorra, ignora l’esistenza di un’altra Napoli che al degrado e al crimine oppone la capacità di raccontarli, denunciarli, farne partecipe l’intero Paese. C’è una Napoli che non s’è arresa all’orrore. Durante le più brutali mattanze, mentre i dilauriani si scannavano con gli scissionisti, e le discariche s’intasavano di rifiuti, è fiorita una nuova letteratura che non ha eguali nel resto d’Italia e narra in toni aggressivi la tragedia di una città ferita, forse incompiuta, ma ancora dotata di un’incredibile vitalità.

Malgrado la crescente disoccupazione giovanile e l’offensiva della malavita (i boss della camorra fanno appalti in tutto il mondo), Napoli ricomincia dall’arte, dalla parola, dalla scrittura, e rialza oggi la testa per vivere un periodo di notevole effervescenza creativa che non si esaurisce nella letteratura, ma può riscontrarsi anche in teatro, con le regie di Toni Servillo, e al cinema, con i film di Paolo Sorrentino.
Dopo anni difficili, segnati da lacerazioni profonde, da divisioni e sofferenze, la città risorge grazie a un fermento creativo che lascia stupiti, ed è alimentato proprio dal disagio di vivere in un contesto imbarbarito, o forse nasce da un sussulto di orgoglio che spinge artisti e intellettuali ad affermare una voglia di cambiamento. Già registrato dal critico Generoso Picone nell’ultimo capitolo del suo I napoletani (Laterza 2005), il fenomeno s’impone anche per il rilievo statistico: da Napoli, ma anche da tutta la Campania, scaturisce il più elevato numero di scrittori rispetto alle altre regioni italiane. Il rinascimento napoletano s’è popolato in pochi anni di nuovi scrittori, nuovi romanzi, premi letterari, circoli di poesia.

Pubblicati dai più potenti editori italiani, autori come Diego De Silva, Giuseppe Montesano, Antonio Pascale, Francesco Piccolo, hanno sfiorato la vittoria allo «Strega», e nulla toglie alla loro forza creativa il fatto che il premio sia una lotta fra gruppi editoriali, più che un reale riconoscimento al miglior libro dell’anno. Come fiori sbocciati dal letame, sono nate sul territorio nuove case editrici: «Ad Est dell’Equatore» è la più estrosa, fondata da un team di giovani scrittori e caratterizzata da una feroce (e condivisibile) avversione nei riguardi degli editori che estorcono soldi ad autori esordienti in cambio della pubblicazione dei loro libri. Diretta da Piero Antonio Toma, «Compagnia dei Trovatori» è una solida realtà, il cui direttore editoriale, Nando Vitali, sostiene l’utilità di una «scrittura solidale» per attivare un’interazione fra gli artisti che scrivono di Napoli.

Convinto che la generazione di scrittori dell’immediato dopoguerra (Anna Maria Ortese, Raffaele La Capria, Michele Prisco, Luigi Compagnone) sia stata danneggiata dalla vocazione all’isolamento dei suoi esponenti che ne causò la dispersione, Vitali ha organizzato lo scorso 25 settembre una serata che sarà ritenuta uno spartiacque nella vita culturale della città: tredici scrittori napoletani (oltre al citato De Silva, anche Antonella Cilento, Valeria Parrella, Maurizio Braucci, Maurizio de Giovanni, l’appena trentenne Angelo Petrella e altri) sono stati invitati dalla Fondazione del Premio Napoli a leggere in pubblico otto racconti contenuti in La nave nera di Nicola Pugliese, mitico autore di Malacqua che da anni vive isolato, novello Salinger, nel borgo di Avella.

Spinto da analoghe tensioni, e affidando alla Fondazione del Premio Napoli un ruolo «sintattico» per accordare voci e suoni distanti fra loro, un intellettuale attento come Silvio Perrella sta realizzando una mappatura di questa fioritura che ricorda da vicino uno dei periodi più fecondi della letteratura partenopea, quello che impose, a cavallo fra Ottocento e Novecento, scrittori come Matilde Serao e Francesco Mastriani.

Il confronto non è casuale, perché consente di individuare, delineando una sorta di albero genealogico, l’origine dei registri stilistici oggi adottati nei libri su Napoli: da Il ventre di Napoli (1878) della Serao, che della città denunciava in toni vibranti miseria e sporcizia, discende quella scrittura che si colloca a metà fra fiction e réportage, fra il racconto e l’autoanalisi, che si ritrova nei libri di Diego De Silva e Antonio Pascale, ed è ripresa nel recente Scuorno (Mondadori) in cui Francesco Durante esamina i mali di Napoli e dedica pagine intense al fallimento del piano di Antonio Bassolino il quale, eletto sindaco nei primi anni ’90, sperava di fare della città un centro culturale di risonanza internazionale.

Da I misteri di Napoli (1869) di Mastriani, storia di atroci delitti, con slittate nel romanzo d’appendice, deriva invece quell’attenzione al noir tutt’ora vitalissima, sovente espressa con morbose esplorazioni di mondi criminali, che vanta in Gomorra l’esempio di maggior successo, ma che prosegue fino ai bei romanzi polizieschi di Maurizio de Giovanni, pubblicati da Fandango e calati in un livido 1931, sotto una dittatura che mortifica ogni slancio vitale, e fino al violento La città perfetta (Garzanti) di Angelo Petrella.