Sorpresa, son tornati i Radiohead Ma ora si pagano (minimo 7 euro)

L’album "King of limbs" dura meno di 40 minuti. Nel 2007 il cd della band si acquistava con "donazione volontaria", ma la strategia è durata poco

E ti pareva: il nuovo disco dei Radiohead è arrivato a bruciapelo e quasi tutti si sbracciano (giustamente) ad elogiarlo ma nell’enfasi dimenticano che stavolta si paga. Già: The king of limbs, ottavo disco dei Radiohead, si è srotolato sul mercato a prezzo variabile, dai sette euro della versione base (mp3 compressissimi e via andare), agli 11 euro dei file in alta qualità fino alla «Newspaper edition» che comprende due vinili e un cd alla bellezza di 36 euro, spedizione compresa. Il disco precedente, lo splendido In rainbows, era arrivato online con la dirompente e nostalgica formula della «donazione volontaria»: si poteva pagare ma anche no e moltissimi, come prevedibile, hanno scelto l’anche no. Spesa proletaria, che bello, avanti tutti, abbasso la discografia capitalista. A ruota anche i Nine Inch Nails hanno seguito la stessa strada e tutti applaudivano a testa bassa. Persino il New York Times, non proprio l’ultimo degli arrivati, proprio in quei mesi aveva messo online gratuitamente le proprie notizie e così tutti giù a festeggiare come se fosse un nuovo ’77. Adesso, marcia indietro: dopotutto siamo nel 2011, bellezza. Insomma, fine di un’epoca, anzi no, fine di una bufala: la musica è una cosa seria e quindi, come tutte le cose serie, si paga il dovuto. Punto. Per di più, la distribuzione online di The kings of limbs è totalmente autarchica, niente iTunes Store e niente Amazon: tutto è gestito dal sito del gruppo e quindi non c’è la benché minima dispersione economica, non ci sono neanche copie omaggio, nulla, persino l’uscita del disco è stata annunciata a costo zero via Twitter e Facebook, emarginando gli uffici stampa ma confidando comunque che i grandi organi di informazione avrebbero ripreso la notizia.
Chiamatelo, se volete, progresso.
Oppure, più semplicemente, gestione razionale delle risorse durante la spaventosa crisi del settore che obbliga a fare i conti persino una megaband come Radiohead. Sì sì, i grandi proclami utopici vanno bene a tamburo battente, ma poi in fondo al bilancio si deve pur sempre tirare una riga: e se, come forse nel caso di In rainbows, non è positivo, bisogna adeguarsi. E così i Radiohead, come già preannunciato («La musica gratis è stato solo un episodio una tantum») l’hanno fatto in tempo reale, così reale che nell’edizione in «alta qualità» ciascuno degli otto brani di The Kings of limbs costa più del brano più caro su iTunes. Si dirà: sono cose che capitano. Ennò, sono danni d’immagine che non le ricche superstar, ma tutti i fonici, i tecnici, insomma tutti gli impiegati della discografia hanno pagato a caro prezzo ritrovandosi talvolta a spasso senza lavoro. Vabbé, è andata e in ogni caso è tipico dei grandi gruppi dividere le opinioni. Su di una cosa però si può essere d’accordo: The kings of limbs è sorprendente diluito com’è in atmosfere elettroniche e spesso minimali fin dall’inizio di Bloom che, tra pianoforte, rullante e qualche suono stiracchiato, attende un minuto prima di lasciar dire a Thom Yorke quell’«apri per intero la tua bocca» che sa di spettrale. Dunque, sorpresa. E se in Morning mr Magpie c’è una batteria funk che conferma Phil Selway come uno dei migliori in circolazione, il dubstep di Feral (una sorta di dance elettronica che deriva dal 2step) è ossessivo e irresistibile anche se il picco arriva con Codex, stellare, una ballata per pianoforte e archi che sommerge tutto il resto e abbraccia l’album così fortemente da farti dire chissenefrega se ci sono soltanto sette altre canzoni.