Sorpresa: per Stone George Bush sembra John Wayne

Dopo i film su Kennedy e Nixon, Oliver Stone s’interessa a Bush in W. da una netta angolazione: «Come passare da noto alcolizzato a Presidente della prima potenza mondiale».
Bush è stato caricaturato all'inverosimile. Da Stone, incline alla polemica ma non alle opinioni dei repubblicani, ci s’aspettava l'affondo finale. Sorpresa: in questo film biografico di qualità, Bush non è né ridicolo, né stupido, né diabolico. Il potente diventa persona. Perfino Stone se ne stupisce: «Mi sono ritrovato quasi a difenderlo. Per lui ho empatia, se non simpatia».
Nel raccontare la storia fresca d’inchiostro, Stone parte dalla psicanalisi e dalla tragedia greca. In W. Bush è anzitutto un figlio: «Junior», come lo chiama il padre, George Bush Sr. È anche la pecora nera della famiglia, il fallito folle per il baseball, disprezzato dai genitori che gli preferiscono il secondo figlio, Jeb. Umiliato, poco amato, Junior entra all’università solo a colpi di raccomandazioni, cumula fiaschi professionali e sprofonda nell’alcolismo, dal quale lo salverà la religione, diventando a quarant'anni «Born again Christian».
Incapace di crescere, il giovane George somiglia agli eroi americani di Marlon Brando, Paul Newman e Warren Beatty: immaturi, ribelli, che trascinano, fra incontri e passi falsi, il male di vivere. Somiglianza che per Stone ne spiegherebbe la formidabile ascesa: «Volevo capire perché l'America avesse eletto due volte Bush. Talora pare idiota, talora cow-boy, ma, come John Wayne, è un archetipo americano: l'uomo del West, il solitario, il duro, il macho...».
Josh Brolin è un Bush sbalorditivo, sebbene avesse inizialmente rifiutato il film, perché Stone trovava in lui punti in comune con Bush, il che - da militante democratico - l'irritava. Come il quarantatreesimo Presidente americano, anche Josh è davvero figlio d’un padre celebre, l'attore James Brolin - attuale compagno di Barbra Streisand -, che aveva interpretato Ronald Reagan nel 2003. Poi Josh era stato impressionato dalla sfida. Dice: «Mi pareva impossibile, Bush è ogni giorno in tv!». Esordiente nel 1985 in Goonies di Richard Donner, ispirato da un soggetto di Steven Spielberg; rivelato l’anno scorso da Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen; da Nella valle di Elah di Paul Haggis; e da American Gangster di Ridley Scott, Josh Brolin compie in W. una vera prodezza d’attore. Non s’accontenta di imitare la voce di Bush, di assottigliare le labbra troppo carnose perché sembrino quelle del suo modello e di riprenderne i tic. Al personaggio dà un supplemento d’anima, lo rende più umano. Assecondato da un casting particolarmente curato nei vari consiglieri del Presidente e di sua moglie Laura, il film è servito da ottimi dialoghi, alzando il velo sui retroscena della politica americana, da riunioni di gabinetto surreali per dilettantismo fino a godibili scene nel ranch di famiglia in Texas. Smonta anche il motore imballato della macchina politica all’origine della seconda guerra d’Irak. Per Stone due motivi contraddittori avrebbero motivato Bush: la voglia di vendicare il padre, dopo la sconfitta contro Clinton nel 1992, ma anche lo voglia di uccidere, finendo ciò che George sr. non aveva osato fare: eliminare Saddam Hussein. Esemplare la scena dove Bush scopre, pranzando coi consiglieri, che non ci sono armi di distruzione di massa in Irak è al riguardo esemplare. Nel finale di Stone non ci sono sorprese, ma riesce a dare di Bush un ritratto a colori carichi, non sovraccarichi. Quello di un apprendista stregone di buona volontà, soverchiato dagli eventi. Come aveva annunciato il regista, «i miei nipoti conosceranno ancora il suo nome. Lo si ricorderà come un Presidente guerriero».