Sorrentino, Malick e Kaurismaki: vite distrutte in lizza per la Palma

CannesMolta musica, molto amore e le donne in primo piano: è finita così la 64°edizione del Festival di Cannes, presentando in concorso La source des femmes di Radu Mihaileanu e, fuori competizione ma anche film di chiusura, Les Bien-Aimés di Christophe Honoré.
Ambientato in un piccolo villaggio fra l’Africa del Nord e il Medio Oriente, il primo racconta di uno sciopero del sesso per ottenere che siano gli uomini ad andare a prendere l’acqua sulla fonte che sta sulla montagna, e non madri, mogli e figlie a doversi inerpicare sotto il sole... Il secondo è invece una sorta di ronda sentimentale che dagli anni Sessanta ai nostri giorni accompagna due generazioni femminili, madre e figlia, Catherine Deneuve e Chiara Mastroianni chiamate a recitare sullo stesso schermo lo stesso ruolo che hanno nella vita.
Il Festival chiude insomma bene e facendo un bilancio si può dire che è una delle migliori edizioni degli ultimi anni. L’albero della vita di Malick, L’Artiste di Hazanavicius, Le Havre di Kaurismaki, That must be the place di Sorrentino a nostro parere hanno, in maniera differente fra loro, quegli elementi di originalità e di interesse che potrebbero candidarli alla vittoria. Sotto il profilo della migliore interpretazione maschile, Sen Penn, Jean Dujardin e Brad Pitt risultano i più accreditati e, dovendo indicare un nome fra le attrici, Tilda Swinton di We need to talk about Kevin potrebbe essere la riposta, ma anche Leila Bekhti di La source des femmes e Jessica Chastain di L’albero della vita. Per il Certain Regard, Gus Van Sant e il suo Restless si innalzano su tutti.
È stato anche il festival della sgradevole polemica intorno a Lars von Trier, di cui si è anche troppo parlato. In un florilegio di scandali del passato, come ha messo in evidenza Le Figaro, si va dal seno nudo sulla Croisette di Simone Silva, coperto soltanto dalle mani a coppa di Robert Mitchum nel 1954, a François Truffaut e consorte che si attaccano al sipario nel maggio '68 per impedire la proiezione di Peppermint frappé di Carlos Saura e provocare così l’annullamento del Festival, al coro di fischi e lazzi che accoglie nel 1973 La Grande Bouffe di Marco Ferreri. E ancora, la fellatio senza rete di Le diable au corps di Bellocchio per bocca di Maruschka Detmers nel 1986, il grido d’odio di Maurice Pialat nel 1986, quando per Sous le soleil de Satan viene premiato fra le urla di chi non è d’accordo. Tre anni fa, sempre Lars von Trier, nel suo Antichrist metteva in scena Charlotte Gainsbourg che, dopo aver evirato a bastonate William De Foe, si praticava la scissione della clitoride... E anche questo è Cannes.
In attesa del verdetto che verrà proclamato questa sera, ieri i cinefili si sono rifatti con Mihaileanu (Train de vie, Il concerto) che si è appoggiato su di un fatto di cronaca vera, avvenuto in Turchia una decina di anni fa e, metaforicamente, su Lisistrata di Euripide, la commedia greca in cui il non fare l’amore delle donne si opponeva al fare la guerra degli uomini. Con molto spazio alla musica e alla danza e una strizzata d’occhio alle Mille e una notte, La sources des femmes è una sorta di inno gioioso e malinconico alla bellezza femminile e alla bellezza dell’amore. «In certi canti arabi tradizionali» spiega il regista, «è detto che gli uomini devono “innaffiare“ le loro donne, come se quest’ultime fossero un fiore, o una terra fertile. E le donne chiedono agli uomini di non dimenticarsi di farlo, in altri termini di non trascurarle e di continuare a guardarle. Nella mancanza d’acqua c’è la metafora di un cuore che si inaridisce... Credo che la sensualità della lingua araba, la sua musicalità quindi, dia al film un elemento in più, ed è stato per questo che l’ho usata».
All’insegna della musica è anche Les Bien-Aimés, di fatto una commedia musicale con dodici canzoni che fanno da monologo interiore e da dialogo. «Quando si fa un film sul sentimento amoroso», dice Honoré (Non, ma fille, tu n'iras pas danser, Les chansons d’amour) «non c’è niente di meglio di una canzone per raggiungere quello che chiamerei il lirismo dell’intimità». Ricco di referenze cinematografiche (la sfilata di gambe femminili con cui si apre e che rimanda al Truffaut di L'homme qui aimait les femmes...) il film racconta l’imprudenza, nel senso dell’incertezza e insieme del desiderio di rischiare che dà vita a ogni rapporto: ci si butta, ci si può far male, ci si rialza, si prova di nuovo...