Sorrentino, Moretti, Bellocchio Italia in prima fila sulla Croisette

da Parigi

Molta Italia al Festival di Cannes, che s’aprirà il 17 maggio, e non solo perché il film d’apertura, Il codice da Vinci di Ron Howard (fuori concorso), evoca Leonardo. Il caimano di Nanni Moretti e L’amico di famiglia di Paolo Sorrentino (casualmente attore nel Caimano) saranno in concorso; Volevo solo vivere di Mimmo Calopresti sarà fuori concorso; Il regista di matrimoni di Marco Bellocchio concorrerà nel «Certain regard».
Non solo: Ciao Marcello di Mario Canale e Annarosa Mori, e Il était une fois... Rome ville ouverte («C’era una volta... Roma città aperta»), documentari dedicati al nostro cinema di ieri, saranno in «Cannes Classics». Quota di rappresentanza importante, fra presenza diretta e indiretta, poiché sono trenta i Paesi d’origine dei cinquantacinque film ammessi.
In un’altra quota, quella del glamour transfrontaliero, va considerata Monica Bellucci nella giuria della rassegna principale, presieduta da Wong Kar-Wai, che include anche le attrici Zhang Ziyi e Helena Bonham-Carter, gli attori Samuel L. Jackson e Tim Roth, i registi Patrice Leconte, Elia Suleiman e Lucrecia Martel.
L’edizione 2006 del concorso sarà molto europea, comprendendo, oltre agli italiani, Ken Loach con The Wind That Shakes the Barley («Il vento che agita l’orzo»), Aki Kaurismäki con Le luci del quartiere e Pedro Almodòvar, con Volver («Tornare»).
Ma nel concorso entrano anche registi di film di genere, come il messicano di Hollywood Guillermo del Toro. «Chi fa film di genere può essere anche un autore e del Toro lo è», puntualizza il selezionatore, Thierry Frémaux.
Accusato spesso - e non a torto - d’essere diventato «un club» nel quarto di secolo di selezioni decise da Gilles Jacob, il Festival di Cannes procede così al cambiamento nella continuità. Infatti Jacob non è più il selezionatore, ma è sempre il presidente del Festival.
Abile e diplomatico, Frémaux mi spiega i rapporti numerici che, dopo anni molto orientali, riducono al solo Palazzo d’estate di Lu Ye la presenza cinese: «L’Europa resta un grande continente per il cinema, grazie anche al nuovo apporto dell’Est: Lituania, Polonia, Romania, Serbia e Ungheria saranno rappresentate».
E l’Italia rappresentatissima. A proposito, Moretti ha vinto il Festival nel 2001, mentre perdeva le elezioni; ma nel 2006 le ha vinte, forse.
«Il caimano è un film sull’esigenza di impegnarsi nella politica più che sulla politica. Proprio come altri titoli della selezione».
Quali?
«Southland Tales di Richard Kelly, che anticipa gli Stati Uniti di domani, dunque l’Europa di dopodomani; il film di Ken Loach, coi suoi irlandesi; quello di Sofia Coppola su Maria Antonietta; quello di Richard Linklater, Fast Food Nation, sui legami fra mangiare male e sfruttamento dell’immigrazione clandestina; quello di Rachid Bouchareb, Indigènes, sulla colonizzazione francese; quello di Bruno Dumont, Fiandre, stupefacente versione dell’uomo qualunque davanti a una guerra che potrebbe essere quella irachena...».
... E quello fuori concorso di Paul Greengrass, United 93, su uno degli aerei dirottati l’11 settembre 2001. Ma perché i grandi Festival sono sempre così politici?
«Perché l’arte è politica. Quanto a Cannes, vuol mostrare le conseguenze dei movimenti politici e sociali e proiettare le grandi domande sull’avvenire del pianeta».
Prevede contestazioni per Il codice da Vinci?
«Estremisti cattolici hanno protestato contro un romanzo, ma a Cannes ci sarà un film. Regista e produzione (Columbia, ndr) sono in apprensione, ma lo sono come càpita a chiunque presenti un’opera importante».