Sorrisi e calcio da sogno. È l’ora del Brasile

Il fantasista: «Sono emozionato per l’esordio nello stadio che vide le imprese di Owens». L’allenatore è preoccupato: «I nostri avversari nel mondiale giocano un calcio molto fisico»

nostro inviato ad Hannover
Riecco la squadra che sognare il mondo fa. Il Brasile ricomincia da 191 che sono i gol segnati in coppa del mondo. Nessuno ne ha realizzati tanti, nessuno può presentarsi al mondo dicendo «saremo exacampeon», che significa vogliamo la sesta coppa: una sola, la prima, vinta in Europa, le altre in giro per il mondo. Brasile squadra del sorriso, salvo ripensare a questo dato statistico che rende grigio il pensiero, come una nuvola che scivola via davanti al sole. Brasile che va nella scia di Ronaldinho, il Bugs Bunny che fa impazzire grandi e piccini. Con il suo sorriso ha conquistato il mondo, ora deve conquistare una coppa. Palla ai piedi dovrebbe essere un gioco da ragazzi. Oggi c’è la Croazia, poi Australia e Giappone. Pensieri lontani per una Selecao che in Germania è già diventata la squadra di tutti.
Il campionato del mondo della popolarità è un titolo vinto da anni, forse decenni. Ma questo è un Brasile che porta con sé qualche magia, il quadrato magico dei suoi campioni (Ronaldinho, Kakà, Ronaldo, Adriano), una straordinaria miscela fra giovani e anziani: Cafu potrebbe diventare il giocatore che ha vinto più partite in un campionato del mondo (è fermo a 13, i capolista sono Matthäus e Overath con 15). Sensazione di ritrovare una delle Selecao più forti mai viste in un mondiale.
Poi c’è lui che bacia il pallone, gioca come una foca, firma autografi a un bambino di undici anni sfuggito alle grinfie della polizia, bada a far trionfare lo sponsor personale (Nike) nella terra dei nemici più cari (Adidas), quella bandana azzurra che porta intorno alla testa è un omaggio agli assegni che gli arrivano. Ronaldinho oggi è il Brasile, gli altri dieci sono i brasiliani. Accettato da tutti, anche da Ronaldo, come leader di questa campagna, capace di essere numero uno in ogni campo: ha vinto l’ultima battaglia alla Playstation contro Emerson, un altro professore della specialità, ha conquistato il campionato del ping pong, ha già pronto il ballo del successo. «Ho provato il samba per la finale», ha annunciato. «Non rimane che pregare Dio perché ci porti fin là». Poi il fantasista sfoggia la sua cultura sportiva dichiarandosi «emozionato per l’esordio nello stadio dove nacque il mito di Jesse Owens». Ricordando il velocista americano di colore, eroe delle Olimpiadi del ’36 sotto gli occhi stizziti di Hitler e del nazismo.
Il Brasile comincia il suo mondiale proprio nella città che vorrebbe ritrovare il 9 luglio per la finale. Oggi Berlino sarà un grande circo «made in Brasil», la torcida è cuore e folklore, un popolo che segue i suoi profeti, spettacolo nello spettacolo, variopinta preghiera di tifo. Ogni vittoria è una festa, ogni sconfitta una ferita al cuore. I pareggi non si sa. Giocare in nazionale è una responsabilità, soprattutto per gli uomini che hanno il dono del talento e del gol. Ronaldinho lo sa e lo sente. Ronaldo era più freddo, lui ha un feeling diverso. Dice sempre che la sua sfida perfetta è «quella in cui vinco, faccio assist e segno». Per rivincere questa coppa forse si accontenterà di qualcosa di meno. Di certo è pronto a sentir gente che gli salta sulle caviglie, a sopportare il peso della leadership. «L’accetto volentieri perché so che, con il mio calcio, posso regalare felicità. Ormai sono maturato come giocatore, saprò sopportare anche il gioco duro». Dice il medico che la Selecao sta bene. «Ma Ronaldinho è perfetto. L’abbiamo rimesso in sesto dopo i primi giorni». Tutta un’altra storia rispetto a Ronaldo: l’uno non può negare quel certo ingrossamento (o ingrassamento), l’altro aveva solo problemi di stanchezza fisica. Un problema che il Brasile ha sempre sorvolato con il suo calcio lento e bailado. Ma oggi è un’altra storia. «C’è più calcio fisico. E la Croazia ci impegnerà subito in quel senso», ha spiegato Carlos Alberto Parreira. «Per il resto pochi problemi: i nostri giocatori giocano in Europa e sono abituati a sopportare la pressione».
Brasile corazzato dalle intemperie calcistiche e carezzato dal talento. Come sempre, più di sempre. Non resta che attendere.