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Forse sarebbe bastata la sua perfetta imitazione di Ciriaco De Mita, primo mentore del giovane democristiano Renzo, per non farsi capire al telefono. «Prondo zi zi, ber guel gongorzo duddo sidemado gi ho benzado io». Invece Renzo Lusetti, l’enfant prodige della Dc catapultato in Parlamento a soli 29 anni (nel 1987) sotto l’ala protettrice di san Ciriaco da Nusco, si è dovuto ingegnare per inventarsi un linguaggio in codice nelle telefonate con l’amico Alfredo Romeo, tanto per complicare la vita al maresciallo in ascolto. Le gare d’appalto diventavano i «congressi» e gli enti promotori dei concorsi «i delegati», racconta agli inquirenti Romeo.
Ma il fatto che lui dicesse sempre sì, anzi «sì, sì, sì» alle richieste dell’imprenditore napoletano, non deve trarre in inganno: lui dice tre volte sì a chiunque. «Dico sì ma poi non faccio mai niente» ha però specificato Lusetti, indagato nella Tangentopoli partenopea. E qui viene fuori la caratura di perfetto democristiano dell’ex dirigente margheritino, abilissimo a non sentirsi mai responsabile, scivoloso alla presa come un capitone. È fatto così, fa le marachelle ma poi si pente subito. Quando lo hanno beccato sul famoso volo di Stato dall’autodromo di Monza insieme a Mastella, Lusetti non si è scomposto più di tanto. Ma quale scandalo, solo «ansia da genitore» ha spiegato lui. Eh sì, perché il figlio di Lusetti dopo il Gran premio non stava tanto bene e allora l’amorevole papà, invece di Linate, optò per l’aereo blu parcheggiato dietro ai paddock. O volevate che il piccolo vomitasse addosso all’hostess Alitalia?
Si vede subito che è cresciuto alla scuola Dc avellinese. Grazie a De Mita quel ragazzotto venuto da un paesino sperduto nell’Emilia, ex chierichetto di Camillo Ruini, riuscì a raccogliere 78mila preferenza in Campania senza che nessuno lo avesse mai sentito nominare. Bella forza, il potentissimo Ciriaco garantiva per lui: «Votare Lusetti è come votare per me - diceva De Mita nei comizi -. Anzi, votate per lui e dopo votate per me». Ai dubbi del giovane Lusetti sulle chance di elezione in un collegio così lontano da casa De Mita rispondeva come un rassicurante padrino: «Ti mettiamo al settimo posto in lista», «E perché?», «Così diremo ai nostri: vota Lu’sette...». Tattica infallibile e Lusetti diventa onorevole in un battibaleno. E in contemporanea viene pure eletto segretario dei giovani della Dc (dove già scalpitavano futuri capetti come Dario Franceschini ed Enrico Letta), in un congresso in cui irruppero i carabinieri, per una storia di deleghe truccate (ovviamente all’insaputa di Lusetti che avrà detto sì a qualcuno senza accorgersene anche allora).
Da lì in poi attraverserà tutte le fasi della post-Dc, dai Popolari (di cui è stato a lungo responsabile Enti locali) all’ombra di Buttiglione, Bianco, a Mario Segni, al progetto di un partito neo-dc con Sergio D’Antoni, fino ai post-post-democristiani della Margherita, di cui Lusetti diventa presto responsabile nazionale Informazione e grande regista delle feste di partito. Ma rimane saldo il suo rapporto elettivo con la Campania (e i suoi imprenditori). Tant’è vero che l’ultima festa nazionale dei rutelliani nel 2007, prima di sciogliersi nel Pd, la fa organizzare nella amena Vietri sul Mare (Salerno). Si occupa anche dei budget e degli sponsor per la kermesse. E tra questi in bella mostra nei pannelli dietro ai palchi di Vietri chi c’è? La società di Alfredo Romeo. Un caso? Non chiedetelo a Lusetti: «Rispondo a centinaia di telefonate al giorno, come faccio a ricordarmele tutte?». Anche quando Lusetti in una telefonata dice a Romeo, «sto lavorando per te», è solo un modo per toglierselo di torno.
Alla Camera si è fatto notare per l’abbigliamento spesso originale, una memorabile cravatta fosforescente con alligatori fucsia e la scarsa resistenza ai cazzotti. Bastò un ceffone del leghista Davide Caparini, in una infuocata sessione sul decreto salva Alitalia nel 2004, per mandarlo all’infermeria della Camera: «Proprio a me che non ho mai fatto a botte da ragazzo, mica sono Giachetti, io» si chiamò Lusetti fuori anche in quell’occasione. Lui non c’entra mai. E non cerca poltrone, anzi quando gliene offrono una ci pensa non una, ma cinque volte. Tante gliene servirono quando il sindaco di Roma Francesco Rutelli gli offrì l’assessorato al Personale. Lusetti fece sapere di aver chiesto l’autorizzazione alla moglie, alla Ericsson in cui lavorava come dirigente, al sacerdote, all’amico del cuore e persino alla colf, prima di dire sì. Anzi, tre volte sì.
Non gli è servita l’esperienza alla Ericsson (quella dei telefonini) per stare più accorto nelle conversazioni. Ora, per la prima volta in vita sua, si dice tenga il cellulare spesso spento. Difficile sentirgli fare autocritica. Ci provò una volta, dopo un ribaltone scandaloso del suo Ppi in Campania, come responsabile Enti locali del partito. «Non è stato un bello spettacolo, è stato un grave errore». Dunque colpa sua, per una volta? «No, perché le Regioni hanno bisogno di governi stabili e sicuri». E te pareva.