Soru ha speso tre milioni per incassarne la metà

Nonostante il calo del 20 per cento degli approdi il governatore non molla

Il vero affare è stato un flop. I conti sono in rosso e dal lato procedurale è arrivata una solenne bocciatura dal governo. Un pollice verso che a Renato Soru, governatore della Sardegna, deve bruciare ancora di più perché venuto da un governo «amico». E se l’ex patron di Tiscali, in tivù e sulla stampa, tenta di nascondersi dietro un paravento costruito per farlo apparire come il Robin Hood del XXI secolo, attento a inseguire gli evasori e a mandare «avvisi» ai ricconi degli yacht, la realtà viene immancabilmente... a galla. Quella «tassa sul lusso» che pesca tra seconde case, velivoli privati e naturalmente imbarcazioni di qualunque metraggio, non ha avuto l’effetto sperato. Da Soru, evidentemente. E se si passa il gioco di parole, fa acqua da tutte le parti. «Le spese sono state maggiori degli incassi e i conti sono presto fatti - spiega Mauro Pili, deputato di Forza Italia ed ex governatore sardo -. Per istituire l’Agenzia delle entrate che gestisce le riscossioni dei tributi, la Regione ha investito tre milioni e mezzo di euro a fronte di un introito che non ha superato il milione e mezzo». Cifre generose ne ha fornite qualche mese fa anche Anton Francesco Albertoni, presidente dell’Unione costruttori di barche, alla presentazione del Salone nautico di Genova: «La tassa sul lusso è stata controproducente per le economie locali. Il costo per aprire l’Agenzia è stato di 5 milioni, mentre il gettito ha superato di poco i due». Albertoni parlava però di cifre ufficiose, ma il rapporto in percentuale tra i dati di Pili e quelli di Albertoni si equivalgono: la Regione Sardegna ci avrebbe rimesso il 40 per cento circa di quanto investito.
Tuttavia l’ex governatore azzurro non ci sta e critica perfino la dicitura di «tassa sul lusso»: «Definirla così sembra quasi darne un giudizio benevolo; in fin dei conti chi mai può opporsi all’idea di tassare il lusso, cioè l’eccesso? Il problema è che questo balzello affossa l’isola e dovrebbe essere chiamata “tassa bloccasviluppo”. Altro che lusso! La Rete dei porti, che riunisce le varie capitanerie, ha valutato un crollo del 40 per cento dell’afflusso turistico nella scorsa estate, tanto è vero che a Bonifacio, costa corsa, hanno appeso un cartello dove stava scritto “Grazie Sardegna”».
L’Ucina, che rappresenta l’industria nautica da diporto, a detta di Albertoni, ha calcolato che negli approdi dell’isola le presenze sono calate del 20 per cento e il gettito previsto della tassa è rimasto largamente al di sotto degli obiettivi e incalza: «Stupisce che, con questi presupposti, Soru annunci con tanto anticipo la stessa politica anche per il 2007. Una misura che contrasta pure con le linee del governo deciso a favorire lo sviluppo dell’economia e della nautica».
Non basta. L’imposta ha altri risvolti negativi, tutt’altro che facili da soppesare e calcolare. Impossibile, ad esempio, valutare l’indotto economico che il mancato afflusso di vacanzieri ha penalizzato. Ma quel «Grazie Sardegna», gridato dalla Corsica, la dice lunga. E lascia credere che non siano spiccioli. Impossibile pure quantificare i costi della Forestale, dirottata a sorvegliare duemila chilometri di coste, inseguendo i natanti al largo, per consegnare il verbale esattoriale. Un’operazione che, a detta di Pili, ha ridotto la tutela della sicurezza delle foreste, in Sardegna sempre a rischio. E il malcontento, sempre più diffuso, ora ha acceso la miccia della protesta. A tempo di record Forza Italia ha raccolto 23mila firme (ne sono necessarie 10mila) per promuovere un referendum con cui abrogare, cioè cancellare, il piano paesaggistico che limita le costruzioni entro due chilometri dalle coste. Ma questa è un’altra storia. Resta l’incetta di adesioni anche fra i sindaci di una sinistra che forse rimpiange... il centrodestra.