Sorvegliata da migliaia di poliziotti la torcia a New Delhi sfila per pochi

Oltre 500 arresti nella capitale indiana tra i contestatori pro-Tibet della fiaccola

New Delhi in stato d’assedio, arresti e bastonate come se piovesse, la staffetta olimpica ridotta ad un trenino. In nome della nuova politica d’interessate relazioni con Pechino il governo indiano rinuncia alla tradizionale amicizia con i tibetani, rinnega un’opinione pubblica legatissima al Dalai Lama, riduce la sfilata della fiaccola ad una striminzita e blindata corsetta.
I numeri di quella che alla fine diventa una rappresentazione in miniatura parlano chiaro. A guardare i circa due chilometri e trecento metri di percorso finale vengono schierati 15mila poliziotti. I settanta tedofori scelti originariamente per reggere la fiaccola si devono alla fine accontentare d’una corsetta di 300 metri ciascuno lungo i 2300 metri che collegano il palazzo presidenziale all’India Gate. La corsa-passerella diventa così una passeggiata blindata, serrata dal muro umano dei gorilla cinesi in tuta blu e da un secondo anello di guardie indiane in tuta rossa. Una testuggine umana che rallenta il tedoforo, soffoca la fiamma e nasconde entrambi alla vista. Del resto non c’è nessuno che li possa ammirare o incitare.
L’accesso all’itinerario della fiaccola è sbarrato dalle forze di sicurezza e chiunque tenti di avvicinarsi deve fare i conti con le randellate e le manette dei poliziotti indiani. Gli arresti, tra una comunità tibetana che conta circa centomila persone, si contano a centinaia. «Abbiamo circa 170 180 persone in carcere», ammette un alto funzionario della polizia indiana a Nuova Delhi. Il Congresso dei Giovani Tibetani, un’organizzazione che raccoglie gli attivisti più decisi, parla di oltre 500 fermi. Di certo almeno settanta di persone vengono bloccate e portate via tutte mentre cercano di correre verso il tragitto della fiaccola. Altri arresti seguono la celebrazione alternativa organizzata dai tibetani di fronte al mausoleo del Mahatma Gandhi. Talvolta gli interventi sono persino preventivi e non risparmiano gli stranieri.
L’attivista italiano Toni Brandi, animatore di numerose iniziative in difesa dei diritti umani in Cina, viene bloccato per due ore all’aeroporto di New Delhi, arrestato non appena tenta di uscire dall’albergo e rilasciato soltanto sei ore dopo, al termine della staffetta Olimpica. «Volevo solo esprimere la mia protesta gridando Tibet Libero davanti alla fiaccola - racconta al telefono - invece sono stato trattato come un delinquente, per controllarmi e arrestarmi hanno mandato le forze anti terrorismo».