Sos 118: chi soccorre i soccorritori?

Alessia Marani

Al 118 hanno persino finito gli stradari. Quando il personale della postazione di Spinaceto il 23 gennaio, non vedendoli arrivare, ne ha fatto richiesta, si è sentito rispondere picche: finiti, non più disponibili. Pensare che al varo del nuovo piano per l’ammodernamento del servizio d’emergenza del Lazio, il presidente della Regione, Piero Marrazzo, aveva sciorinato quelle che per lui sarebbero state le «parole chiave in tema di sanità». Ovvero: «Territorio, rete e innovazione tecnologica». Va bene che per i satellitari sulle ambulanze (seppure promessi) c’è ancora da aspettare, ma più che «tecnologia» per chi sul 118 è in «prima linea» giorno e notte la parola d’ordine è «fai-da- te». Ne sanno qualcosa, appunto, gli operatori, una quindicina tra autisti, infermieri e ausiliari, della postazione di via Raffella Aversa, zona Spinaceto: nessun ricovero per il mezzo di servizio, abbandonato in strada alla mercé di vandali e ladri senza alcuna vigilanza (neppure una cancellata), nessun impianto di riscaldamento interno (costretti a utilizzare un termosifone elettrico da spostare di stanza in stanza per non sovraccaricare il già precario impianto di rete), ospitati da anni in quattro locali presi «in prestito» dalla scuola materna adiacente. Immersi nella sporcizia e nei topi, come da anni denunciano e come appurato già nel 2000 da una prima ispezione dei carabinieri del Nas, il Nucleo antisofisticazioni. Agli operatori (impegnati in soccorsi che coprono un territorio vasto quanto la provincia di Perugia, dall’Eur Mostacciano in supporto al Sant’Eugenio, fino a Pomezia e Santa Palomba più a sud) da tempo è stato prospettato il trasferimento. Forse all’interno del «Garda due», centro polivalente su via dei Caduti della Resistenza. Ma qui, addirittura, mancherebbero bagni e spogliatoi adeguati. Risultato: abbandonati.
Non va meglio alla postazione 118 presso il San Camillo, sulla Portuense. Cinque auto a disposizione, di cui un centro mobile con medico a bordo e attrezzatura per la rianimazione, 75 dipendenti in servizio a turno sulle ambulanze. Basta guardarsi attorno: i locali destinati a ospitare gli «specialisti del soccorso» non sono altro che quelli destinati inizialmente all’autorimessa (sic!). Le stanze per il riposo (i turni arrivano a coprire anche le 24 ore) sono a un piano sotto terra, gli ambienti non a norma con legge 626 sulla sicurezza sui posti di lavoro, i bagni fatiscenti, i riscaldamenti inesistenti. Ma come e dove lavare le vetture sporche dopo l’intervento? Per fare piazza pulita di sangue, medicamenti e materiale organico di risulta, basta dare una bella lavata con un tubo collegato a un rubinetto esterno all’ingresso del piazzale-parcheggio. Lo scolo? Finisce nella fogna pubblica, naturalmente. Insomma anche qui niente di «tecnologico», ma soprattutto di conforme ai parametri per il rispetto dell’ambiente e della salute pubblica circa lo smaltimento dei rifiuti medico-ospedalieri. Non basta. A fare la guardia alla postazione mentre i mezzi sono fuori, la notte, rimane «Nerone», un bel maremmano. È lui che tiene lontano malintenzionati e tossici che bivaccano in zona, in attesa del pulmino per la distribuzione del metadone. Ancora. Due anni fa un medico oggi in pensione, prima di lasciare il servizio si beccò la legionella, la micidiale malattia infettiva a livello dei polmoni che si trasmette attraverso polveri sottili nell’aria o nell’acqua contaminata. Già negli anni precedenti tra i dipendenti del 118 al San Camillo s’era registrato un primo caso. Sott’accusa gli impianti dei termoconvettori interni che terminano proprio al sottopiano. Anche qua tempo fa fecero capolino i militari del Nas. Ma nulla è stato fatto. Recente, invece, la visita dello stesso Marrazzo durante la sua campagna elettorale. Al San Camillo la ricordano tutti. Rammaricato e preoccupato per le condizioni di lavoro dei dipendenti dell’Ares (Azienda regionale per il soccorso), il futuro numero 1 della Pisana fece prendere nota a un collaboratore: «Scrivi, scrivi. Qui bisogna tornare e fare qualcosa». Ma non s’è più visto.