Sos Nordest al governo: meno tasse o chiudiamo

L’accusa degli imprenditori della Marca: &quot;Lo Stato paga i debiti di Alitalia, ma dimentica le piccole aziende&quot;. Dal miracolo alla crisi: in Veneto la cassa integrazione cresce del 29%. Frattini: <strong><a href="/a.pic1?ID=307379">&quot;Permesso solo a chi è utile&quot;</a></strong>

Treviso - Due anni fa, di questi tempi, gli imprenditori del Nordest erano già scesi in piazza contro Prodi. Se oggi non fanno il bis «è perché al governo c’è gente che nell’ottobre 2006 manifestava con noi», spiega Mario Pozza, presidente della Confartigianato della Marca. «Luca Zaia, Maurizio Sacconi, Adolfo Urso: spero che ora possano farsi interpreti del nostro disagio. Se la battaglia era giusta allora, non vedo perché non sia giusta adesso con questa bruttissima crisi».

Come l’araba fenice che risorge dalle sue ceneri, il Nordest è costretto a reinventarsi ancora una volta. Ha superato gli anni della svalutazione e della delocalizzazione, ha lottato con la concorrenza sleale dei cinesi, forse credeva che i peggiori effetti della globalizzazione fossero passati. Invece il crollo del sistema finanziario internazionale taglia le gambe al «modello veneto» già provato dall’impennata del costo delle materie prime e dal cambio sfavorevole col dollaro; un modello fatto di miriadi di piccole e medie imprese che una per una sono tanti Pollicino ma messe assieme costituiscono la locomotiva d’Italia. E stavolta è più difficile trovare rimedi.

La disoccupazione è un incubo che si allarga: soltanto nella provincia di Treviso, dove c’è una partita Iva ogni 8 abitanti, da gennaio ad agosto le assunzioni a tempo indeterminato sono calate del 30% mentre parallelamente è cresciuta la cassa integrazione (+29,3% quella ordinaria e +22 quella straordinaria). Boccheggiano i distretti manifatturieri orgoglio di queste zone, dalle scarpe sportive al tessile, dalla meccanica al legno, dagli occhiali all’oreficeria. La Electrolux di Susegana ha lasciato a casa 380 persone, il maglificio Monti di Maserada calcola 250 esuberi, la Aprilia di Scorzè (gruppo Piaggio di Roberto Colaninno) nonostante gli allori del Motomondiale ha 350 persone in cassa integrazione.

«Duecento licenziamenti alla Zanussi fanno un articolone di giornale, 50 piccole aziende che chiudono non fanno una notizia breve – protesta Pozza, leader della maggiore associazione artigiana della Marca –. Eppure sono 50 imprenditori più i loro dipendenti che restano senza lavoro né protezioni sociali. Lo stato paga i debiti dell’Alitalia ma noi siamo dimenticati». L’esasperazione prende ancora una volta la forma della ribellione fiscale contro gli studi di settore, cioè i parametri per calcolare le tasse da pagare in base a un reddito presunto.

Non è lo sciopero minacciato due anni fa, ma l’obiettivo è lo stesso. Le associazioni artigiane di Treviso hanno lanciato una raccolta di firme per bloccare l’applicazione degli studi di settore nel 2008 e 2009 per poi ridiscutere l’intera materia: le sottoscrizioni sono già migliaia. Fabio Gava, deputato azzurro di Treviso, assieme a 42 colleghi del Pdl ha presentato un’interpellanza urgente a Giulio Tremonti che la Camera discuterà oggi. Anche il centrosinistra ha depositato un ordine del giorno (tra i firmatari l’imprenditore vicentino Massimo Calearo) accolto dall’esecutivo in cui si chiede «un’immediata verifica» degli studi.
«Pare che il governo voglia intervenire sugli acconti Irpef, sull’imponibile Irap, sui termini di pagamento dell’Iva – dice Giuseppe Bortolussi, segretario degli artigiani di Mestre – ma la cosa più importante è congelare gli studi di settore inaspriti da Visco, insostenibili con l’economia in recessione». «Attendiamo un segnale – insiste Pozza – altrimenti valuteremo il da farsi». E nelle città del Nordest si profila un’altra manifestazione anti-governativa, anche se a Palazzo Chigi è insediato un esecutivo «amico».

L’insofferenza riguarda anche la disparità di trattamento sugli sconti-benzina, concessi alle aree di confine con la Svizzera (Nordovest) e non a quelle con l’Austria, mentre un movimento di sindaci che fa capo al governatore veneto Giancarlo Galan chiede che il 20% dell’Irpef resti sul territorio. Richieste che collidono con le posizioni del Carroccio, che invece evita la via della protesta. «Oggi riunisco un tavolo con tutti gli attori economici e sociali – dice Leonardo Muraro, presidente leghista dalla provincia di Treviso –. Chiederò alle banche di creare un fondo speciale di garanzia per le imprese, agli agricoltori di istituire un paniere di prodotti a prezzi calmierati, e a imprenditori e sindacati di sostenere l’impegno dei nostri uffici del lavoro per la riqualificazione professionale. Questo non è il momento della protesta, dobbiamo rimboccarci le maniche come abbiamo sempre fatto».