Sos per salvare il centro del dolore del S. Raffaele

Caro Granzotto, in seguito a una malattia neurologica, oltre che disabile sono rimasto sofferente di un grave dolore cronico che riesco in parte ad alleviare con la morfina tramite una pompa a infusione, che mi viene riempita ogni mese circa in un eccellente centro di Milano (dove risiedo da sempre) ma dove i pazienti vengono anche da altrove, il Centro del dolore del San Raffaele Ville Turro, l’unico in Milano per questo tipo di terapia del dolore, in infusione appunto. Mi sono accorto che ultimamente le cose non andavano più così bene, vedevo diradarsi i medici dell’équipe, avevo sentore che qualcosa stava cambiando ma non capivo... Affrontando il problema relativo alla mia pompa, che ho inserita sottocute e che dovrei sostituire a breve, mi sono sentito dire dal medico che mi segue da anni, con imbarazzo e dispiacere, che purtroppo le sale operatorie verranno chiuse. Non ci volevo credere, poi ho letto sui giornali che le cose stanno proprio così. Chiuse, cosa vuol dire chiuse? Capite tutti che non ci vuole grande immaginazione, non è possibile, non posso credere! Una struttura che è nostro orgoglio, la speranza di tanti sofferenti non può venire a mancare. Quale è l’interesse primario? Sono caduto in uno stato di prostrazione e di agitazione. Ho cercato di prendere un appuntamento per parlare con le varie direzioni, ma a quanto pare sono tutti molto presi o ammalati. Questa lettera vuole essere una testimonianza di quello che sta accadendo, una richiesta di aiuto, chissà, qualche idea... e una speranza per molti come me.



Lo Stato, le Regioni spendono miliardi per foraggiare attraverso un subisso di Onlus e di Ong l’«impegno nel sociale», per affrancare le Simone, per assistere e confortare le battone nigeriane o per promuovere corsi multietnici e multiculturali di telaio afghano. Lo Stato finanzia film come «Cattive ragazze», ove si narrano le vicende di un omosessuale e di una nana lesbica (due miliardi e mezzo il costo, 25 milioni l’incasso al botteghino). Lo Stato, le Regioni fanno tutto ciò e altro ancora, ma non rimborsano le prestazioni della terapia del dolore. Questo è il punto. Fu Rosy Bindi, presumiamo in quella buonissima fede che tuttavia non mette al riparo dalle idiozie, a sostituire i rimborsi sanitari «a diaria» con quelli «a prestazione». Col risultato di premiare le terapie costose, gli interventi chirurgici spettacolari e di instaurare la medicina ospedaliera del business. Tutto ciò che prende tempo, che necessita di lunghe degenze, che non comporta il ricorso ad attrezzature mediche sofisticate, la terapia del dolore in particolare, non rende più. Quindi chiude. E chiude anche quello che era un centro di assoluta eccellenza, il Centro di Medicina del Dolore dell’Istituto San Raffaele di Milano, dove le dirò che anch’io molto tempo fa ebbi occasione di essere curato con grande competenza e umanità. Per lo Stato, per le Regioni, i milioni di italiani alle prese con dolori cronici - e qui non parliamo di semplice emicrania, ma di dolori insostenibili, spesso invalidanti – non hanno diritto, pur pagando le tasse come tutti, all’assistenza pubblica.
Che fare, caro Costantini? La prima idea che mi viene in mente è quella di rivolgersi all’Ordine dei Medici, o magari al Tribunale per i Diritti del malato (il numero di telefono della sezione di Milano è: 02-72001077): non sono un esperto, ma mi pare impossibile che un ospedale possa abbandonare al loro destino i pazienti che ha in terapia e ai quali magari ha applicato, come è il suo caso, strumenti chirurgici che necessitano di sostituzioni e controlli. Il resto lo devono fare la sensibilità, l’intelligenza, lo spirito di solidarietà vera, non a parole, di chi ci governerà dopo il 9 aprile. Fornendo il riconoscimento che merita alla terapia del dolore, una specialità della medicina che meno di quasiasi altra deve essere discriminata e che al pari delle altre deve godere dei rimborsi alle prestazioni. Anche don Verzè, fondatore e manager di quel sogno realizzato che è il San Raffaele, potrebbe fare qualcosa. Un gesto che è nella sua natura, nel suo temperamento. Torni a essere il don Verzè santo visionario dei suoi esordi e con la generosità e il coraggio grazie ai quali ha costruito la magnifica impresa che anche lei, caro Costantini, ha avuto modo di conoscere e sperimentare, assicuri la sopravvivenza del reparto per il tempo necessario al futuro governo di riparare un odioso torto.
Paolo Granzotto