Il sospetto, c’è Di Pietro dietro i magistrati

Roma Nessuna «dietrologia o ricerca di regie occulte» dietro la raffica di inchieste che sta colpendo il Pd, dice Goffredo Bettini (nella foto). Ma che ci sia «un attacco politico verso il partito» che passa anche per «l’aggressione dei media», questo per il coordinatore del Pd è certo.
È un partito tramortito, quello che si risveglia sotto la soglia psicologica del 20% all’indomani dell’uno-due di manette e disastro elettorale abruzzese. Lunedì sera l’arresto di D’Alfonso, segretario regionale d’Abruzzo; ieri mattina quello di Margiotta, deputato ex Dl lucano. Da giorni, voci confuse e tam tam inquietanti su prossimi nuovi cicloni in arrivo, dalla Calabria alla Liguria, con nomi importanti nel mirino. Nelle file Pd si respira allarme e girano interrogativi. Nessuna «teoria del complotto», avverte Bettini. Ma i sospetti circolano eccome: c’è chi confida la sua certezza che dietro la mobilitazione anti-Pd delle Procure ci sia «la manina di Di Pietro», c’è chi denuncia un «cecchinaggio mirato» che sta colpendo apparati soprattutto dalemiani e chi - anche ai piani alti - teme invece una manovra di «pezzi di establishment» economici e giornalistici contro la leadership del Pd, e considera sospette certe «eccessive sponsorizzazioni giornalistiche» di personaggi «nuovi» come il sardo Soru.
Nel clima di assedio, Veltroni vorrebbe almeno un ricompattamento interno, per uscire senza strappi dalla direzione di venerdì. Un voto largo alla sua relazione. Ma dalemiani e fassiniani dicono che «nulla è scontato». Prima, avverte uno di loro, «vogliamo capire se il segretario affronterà davvero i problemi o continuerà a rimuoverli, sostenendo che le evidenti difficoltà del Pd sono solo un’eredità del passato». Che invece è proprio la linea di Veltroni: «Ogni volta che il vecchio ci si attacca ai piedi paghiamo un prezzo, quando invece il Pd è il Pd, i risultati vengono», dice, ammettendo che il risultato abruzzese è «particolarmente negativo», ma mettendolo in carico al «vecchio modo di far politica» dei gruppi dirigenti di Ds e Margherita. Che quindi vanno rapidamente cambiati per far posto al «nuovo» veltroniano.
Quanto a Di Pietro (su cui Follini chiederà in direzione una conta, per rompere l’alleanza) l’analisi del voto illustrata ieri al coordinamento dice che non è lui la causa delle disgrazie: «Il Pd perde 170mila voti, Idv ne guadagna solo 20mila: il travaso è minimo, il resto dei nostri elettori si sono astenuti», spiegano i veltroniani. Si tratta di «malessere e protesta verso la politica», e non solo quella Pd visto che «anche il Pdl ha perso 100mila voti». Sulla questione morale bisogna continuare ad essere «severi», per non esser scavalcati da Di Pietro, metter mano a «un vero ricambio» negli apparati e fissare paletti ben chiari alla trattativa sulla riforma della giustizia per non farsi attaccare dall’ex pm. E chi cade nelle reti delle inchieste non si aspetti solidarietà: una linea che non piace per nulla all’ala garantista del Pd. Che, dalemiani in testa, annuncia battaglia.