Il sospetto dei rutelliani: sono fasulli i sondaggi con la Lista Prodi al 18%

Luca Telese

da Roma

Ogni tempo ha i suoi dilemmi, e così, dal leggendario «Quante armate ha il Papa?» (se lo chiedeva Josif Dugasvili detto Stalin) si è passati al più prosaico «Quanti punti in percentuale otterrebbe la lista Prodi in caso di separazione dalla Margherita?» (se lo chiede qualunque rutelliano in queste ore). Dentro il paradosso di questo interrogativo, che ieri ad esempio era posto dal senatore Sandro Battisti (molto vicino all’ex sindaco di Roma), si può trovare una chiave per capire quello che succede dentro il partito centrista, una spiegazione per i calcoli di ognuno.
Mai come in questi anni - infatti - la virtualità e la potenzialità hanno influenzato la politica, mai come in questi anni i signori dei sondaggi hanno fatto e disfatto le opinioni e i partiti. In tutto il periodo in cui Forza Italia era poco più di un sogno nella mente di Silvio Berlusconi, per esempio, fu furibonda la battaglia fra Gianni Pilo, sondaggista del Cavaliere, e gli uomini dell’Swg di Trieste, istituto molto vicino all’allora Pds. La Swg attribuiva agli azzurri uno striminzito 7%, il Cavaliere sosteneva che avrebbe preso più del 30%, in una piazza diessina comparve persino uno striscione: «Pilo contaci!», che era a sua volta un paradosso, la realtà che chiedeva di essere certificata dalla demoscopia.
Per avere un esempio cronologicamente più vicino, Alfonso Pecoraro Scanio, leader dei Verdi, contrarissimo a fondersi con lo Sdi nel Girasole, fu convinto dai Ds e da Francesco Rutelli con una pressione enorme, e la minaccia di penalizzazioni nei collegi. «Ma non vedi - gli dicevano gli uomini della Quercia - che secondo la Swg insieme allo Sdi superate lo sbarramento del 4%?». Presero in due - invece - il 2.2% meno di quanto avevano da soli i due partiti, e Pecoraro è ancora lì che si rimprovera: «Ma perché gli ho dato retta?». Già, perchè? In tempi in cui liste e partiti nascono come funghi, attribuire una potenzialità a un progetto vuol dire anche sostenerlo.
Tutti gli istituti di sondaggi, alle Europee, davano la lista dell’Ulivo oltre il 35%, prese un più succinto 33%. La giustificazione dei dioscuri delle percentuali fu: «Colpa dell’alta affluenza». Così era ovvio che sul pronostico alleato che attribuisce quozienti da terremoto alla possibile lista del Professore si sia aperta la battaglia. Ha cominciato Il Sole 24 Ore, secondo cui - in caso di scissione - gli ulivisti prodiani potrebbero raccogliere addirittura il 18%. Apriti cielo! Subito era arrivato il commento sarcastico del mariniano Giuseppe Fioroni: «Sì, come no. Prodi prende il 20% da solo, più dei Ds e della Margherita? Ma questo è Lascia o raddoppia! Vorrei sommessamente ricordare che nel paese dei sondaggi il presidente della regione Lazio è Storace, e il sindaco di Catania è Bianco, con oltre il 60%. Peccato che nella realtà ci siano Marrazzo e Scapagnini». Poi però è tornato alla carica Il Corriere della Sera, e qui si è indignato Battisti, che immagina addirittura una dietrologia propagandistica dietro la divulgazione della percentuale: «È sorprendente - dice il senatore della Margherita - che un istituto serio come Eurisko non renda noto, come previsto dalla legge, il committente del sondaggio. Questo sondaggio è stato forse commissionato da quegli “ambienti prodiani” che sembrano conoscerlo nei minimi dettagli? Sarebbe interessante avere risposta a questo interrogativo, magari anche dal Corriere della Sera, anch'esso tenuto a rendere nota l'identità del committente».
Se ieri avesse passeggiato nel Transatlatico di Montecitorio, Battisti avrebbe trovato il conforto di una vecchia volpe come Clemente Mastella, leader dell’Udeur. «La lista Prodi al 18? Non ci credo nemmeno se lo vedo, anzi, sarei disposto a scommettere che al Sud, che conosco bene, la Margherita prenderebbe molto più dei Prodiani». Poi una pausa e un sorriso: «Ed entrambi prenderebbero meno di noi, che ormai al Sud siamo il triplo di Rifondazione».
Aspettative, anatemi e scaramanzie si intrecciano, nei pronostici della vigilia. Secondo il Pds di Occhetto, Rifondazione non avrebbe preso nemmeno l’1.5 (e invece raccolse un pesantisismo 5.6% alla prima prova politica) secondo gli ultimi sondaggi prima delle regionali romane Alessandra Mussolini era quotata al 9%.
Il problema è che anche la curiosità influenza la politica. Stai a vedere che ci sarà qualcuno che la farà, questa scissione, solo per il gusto di capire come va a finire.