La «sostenibile» leggerezza dei ritratti della Cappuccio

Sabrina Vedovotto

Oro coniugato con il ferro, poi argento, sabbia, rame. E ancora vetro e specchio. Questi alcuni dei materiali sapientemente utilizzati da Antonella Cappuccio per i suoi lavori, presentati a Palazzo Venezia, nella Sala del Refettorio.
La mostra, dall’esemplare titolo «Giochi d’arte», in corso fino al 7 gennaio prossimo, racconta in maniera versatile le capacità di questa artista. Che prima di essere tale è una donna e questo suo senso della femminilità si percepisce in ogni suo lavoro, permeato di sensibilità, di serenità, di gioia.
Non categorie superficiali, quindi, ma una resa oggettiva di quello che avviene attorno allo sguardo attento dell’artista. Un mondo che viene così raccontato con misurata consapevolezza.
Dal titolo si intuisce, inoltre, quale vuole essere il filo che lega ogni suo lavoro: questa voglia di giocare, in maniera delicata e costruttiva a un tempo. Una risolutezza, quella del giocare, che non deve far erroneamente pensare ad una modalità superficiale di approcciarsi alla vita, ma piuttosto una presa di coscienza di come le cose si possano affrontare sempre e comunque in differenti modi e soluzioni. La stessa Antonella Cappuccio sostiene che niente è impossibile, che tutto si può fare e che, eventualmente, può trovare un suo posto anche la tipologia dell’improbabile. Forte di questo concetto che la sostiene, l’artista realizza opere di diverso spessore, utilizzando la pittura quasi come fosse un pretesto.
Ascoltando le note della colonna sonora del film Notting Hill si segue un percorso logico attraverso piccole finestre che altro non sono che questi suoi quadri, realizzati tutti nell’ultimo periodo della sua vita.
Una vita propria che fuoriesce in modo chiaro nelle sue opere, grazie anche alla presenza, quasi continua, di quelle che sono le figure cardine della sua vita. Quindi i figli, gli amici, il marito. Non rappresentati in maniera chiara e distinta, ma quasi fossero aneliti di essere umani, dei quali non si ha bisogno altro che della percezione, semplicemente raccontati con linee appena tratteggiate.
La mostra è stata realizzata grazie a Silvia Venturini Fendi, ed organizzata da Elisabetta Cantone.