Sott’acqua in lotta contro il tempo"Sentiamo altre voci, non molliamo"

I soccorritori hanno presidiato per ore il relitto e hanno trovato tre superstiti. La gioia di una donna salvata col marito dalla cabina 303: "Quanto siete belli"

La notte dei miracoli e dei miracolati è anche la notte di chi ai prodigi celesti non crede più, sprofondato com’è negli abissi della nave, sepolto vivo in un camposanto d’acqua. È un miracolo veder assurgere in cielo un povero cristo, con l’elicottero, e non dentro una bara d’alluminio. È un miracolo ammirare quei salvatori senza nome districarsi nel buio, a tentoni, agganciati a funi e moschettoni in cerca di 17 fantasmi nascosti nelle cucine, in sala macchine, in chissà quale anfratto della Concordia andata a suicidarsi sugli scogli dell’isola. Chi manca all’appello, come i due anziani trovati a galleggiare al calar della sera, un italiano e uno spagnolo, viene immaginato come nel peggiore degli incubi, condizionato dalle sceneggiature hollywoodiane che hanno reso l’idea del terrore sul Titanic: infreddolito, semincoscente, atterrito. Il corpo immerso per metà, col mare che ti bracca e ti risale addosso fino a bagnarti le ginocchia, a raggiungere il petto, le spalle, e su su fino alle labbra stanche di invocare aiuto e aggrapparsi alla vita.
Una notte, un giorno intero, un’altra notte. Ogni minuto trascorre a interpretare rumori, a separare i gargarismi delle onde dalle voci abortite nell’oltretomba di poppa, a contare due vecchi morti e i nuovi vivi. Numeri che inseguono altri numeri. «Tre, zero, tre. Tre, zero, tre». I vigili del fuoco in circumnavigazione tra le cabine ripetono come un mantra il numero in sequenza perché alla 303 riecheggiano a mo’ di sonar tonfi sordi. Trascorsa l’una di notte la ruota della fortuna inchioda davanti la porta della cabina con appiccati i tre numeri in sequenza. Dentro non c’è nessuno, si è arrivati tardi? «C’è nessuno? Rispondete!» urla Fabio Bargagna, il caposquadra del soccorso speleologico abituato a tirar su dai crepacci esploratori fai da te. Coi colleghi gridano in inglese, in francese, in tedesco, in toscano. L’eco che rimbalza è in una lingua incomprensibile. Spuntano due zombie nel corridoio senza via d’uscita. Sono sposini coreani appiccicati l’uno all’altra come se fosse scritto che se devono staranno insieme fin che morte non li separi. Non a caso si ritrovano qui in viaggio di nozze. «Uhaoooo». «Glazie, glazie, thank you», balbetta lui. E lei, rossa di vergogna: «Quanto siete belli». Dietro gli occhialini appannati dal gelo ridono per non piangere quando le braccia forti di uomini coraggiosi li strappano alla tomba per consegnarli alla terraferma. Hye Jim Jeong e Kideok Han, professore di fisica lui, di chimica lei, si baciano quando lentamente risalgono i piani. «Abbiamo urlato per ore, senza fermarci, ininterrottamente. Abbiamo fischiato ma non c’era anima viva, solo una persona che è corsa in cabina urlando qualcosa che non abbiamo capito. Ci facevamo forza, vi aspettavamo ma temevamo l’arrivo di un’onda gigantesca o che affondassimo con la nave». Il buon Fabio, fradicio di felicità, non ha tempo per i convenevoli e per le telecamere. Gli applausi che accolgono marito e moglie dagli occhi sottili se li lascia alle spalle perché la nave, coi suoi fischi sinistri, lo ipnotizza invitandolo a tornare subito giù. Ore e ore di controlli e di sibili fino a quando uno strillo mai sentito in vita sua lo porta nella zona ormai off limits del ristorante. Sono le 7 meno un quarto del mattino e dopo 36 ore di solitudine, faccia a faccia con gli spettri, un ufficiale del Concordia dà fiato all’ultima sacca d’aria che gli è rimasta nei polmoni. «Aiutoooo». La strada stavolta è più rischiosa. Troppi intoppi: pareti abbattute, mobili abbattuti, voragini sui soffitti. Ci vuole tempo, ma il tempo non c’è.
Uno dopo l’altro i soccorritori si calano nel ventre della balena fino a sfiorare un sagoma in divisa da ufficiale. «Eccovi! Finalmente. Grazie, grazie. Grazie a Dio. Mi chiamo Manrico Giampedroni, sono il capo commissario. Ho una gamba fuori uso». Manrico è l’altra faccia del comandante Schettino. È uscito per ultimo dal ristorante stracolmo di gente impazzita e quando toccava a lui un frigorifero gli è atterrato sulla coscia. Intorno galleggiano tavoli e bottiglie, la sala è una piscina. Un vigile resta giù, un altro sale a chiamare un medico, subito imbracato e calato con cime di fortuna. «Tutto a posto, commissario. Adesso blocchiamo la gamba e poi usciamo insieme. È tutto finito». Detto, fatto.
Il flap flap dell’elicottero annuncia che i lavori sono in corso e che tra poco un disperso dato per morto resusciterà in mondovisione. Vigili e sanitari legano Manrico alla barella, lo avvolgono come una mummia in una coperta termica giallognola. Sembra imbalsamato. «Un santo dal mantello d’oro» balbetta l’anziana in banchina vedendolo uscire issato alla fune dell’elicottero diretto all’ospedale di Grosseto. Per quanti come la nonnina nell’isola pregano e snocciolano il rosario senza interruzione la «loro» tragedia è paragonabile all’11 Settembre. E quell’uomo lassù che vola nel cielo scortato dai gabbiani può benissimo essere il «loro» Rick Rescorda, il supereroe delle Torri gemelle che pensò al prossimo e poco a se stesso mettendo in salvo 2.700 persone, evacuandole dal World Trade Center, tornando a salire le scale quando tutti le scendevano. Rick è morto, ed è venerato ogni volta che si può. Manrico è braccato dai talk show e sopravviverà allo stato di ipotermia, alla frattura composta, al suo incubo. Vivrà col marchio indelebile del bravo marinaio che a differenza del superiore comandante ha pensato ai passeggeri e non se l’è fatta sotto. Si fa sera. Le lancette corrono più veloci dei vigili del fuoco quando al punto di raccolta A, al piano numero 3 della murata di dritta verso poppa, dentro salvagenti arancioni spuntano a testa in giù due poveri vecchi. Sono i primi cadaveri della giornata, non saranno gli ultimi nei giorni a venire posto che un giovane marito («non dica di dove sono sennò mia suocera muore») non trova più la consorte con cui aveva nuotato a fatica verso gli scogli. La conta è spietata: mancano 15 persone, due di Rimini, due americani.
È buio pesto e la nave maledetta parla, parla ancora ai ponti 2 e 4. È una sirena insidiosa per le orecchie di chi non se la sente di mollare e che nel togliersi la muta parla da solo come se lo sentissero laggiù. «Dai, cavolo, batti forte, urla, fatti sentire, dimmi dove diavolo sei che ti vengo a prendere. Giovedì arriva il brutto mare, bisogna far presto».