Sotto la banca la patria campa

Mi sto asciugando le lacrime dopo aver seguito, in piedi e con la ma­no sul cuore, il commovente appello pa­­triottico di uno spot pubblicitario, poi di un altro, poi di un altro ancora

Mi sto asciugando le lacrime dopo aver seguito, in piedi e con la ma­no sul cuore, il commovente appello pa­­triottico di uno spot pubblicitario, poi di un altro, poi di un altro ancora. Non so se ci avete fatto caso, ma da qualche tempo vanno in onda gli spot etico-patriottici, sentimental-retorici, piccoli racconti edificanti sui nostri af­fetti più cari ripassati in salsa nazional­popolare; testi di De Amicis-Napolita­no- Cutugno. Non solo per vendere l’olio, il caffè o che so, pure i vili legumi, si scomodano Dio, patria e famiglia, la Tradizione e il Libro Cuore.

Ma ora grandi e piccole banche e perfino imprese automobili­stiche, di quelle che minacciano di an­darsene dall’Italia, cercano di suscitare il nostro consumismo patriottico o i no­stri eroici languori finanziario-autar­chici per piazzare le loro auto o le loro azioni. Persino quel che fino a ieri sarebbe stato bocciato come la più stucchevole retorica patriottarda, far sventolare il tricolore, viene usato per commuover­ci e lanciare i nostri soldi- come la stam­pella di Enrico Toti - oltre l’ostacolo, che poi sarebbe il loro sportello. Altri condensano in pochi secondi un trattato di antropologia affettiva per dire che siamo italiani de core e dobbia­mo esserlo pure de sordi .

La patria sta­volta non chiede di versare sangue ma altri liquidi, e non esige di marciare ma di andarci in macchina, purché italia­na. Io prima mi commuovo, poi mi ralle­gro, infine mi chiedo: ma niente niente questi patrioti ai saldi di fine Italia, ci stanno prendendo per il culto?