Sotto canestro il niente e l’Italia lancia l’allarme

Doveva arrivare il giorno della locusta per questo basket italiano che scopre di non avere più una squadra nazionale competitiva, nello stesso momento in cui dirigenti dissennati si accorgono della carestia tecnica.
Quattro anni dopo l'argento olimpico, esagerato, ma meritato, eccoci in giro per l'Europa a mendicare un posto nei prossimi campionati continentali avendo riscoperto, come fa Gianmarco «Bertoldino» Pozzecco, che l'Ungheria, nazionale storica negli anni Cinquanta, ha ritrovato una squadra capace di batterci. Siamo sul fondo dello stagno e non ci resta che cantare in penitenza per non esserci accorti della povertà tecnica dietro la vetrina di una serie A piena di stranieri, molti di livello basso, dietro il cinema Paradiso della Nba, dove abbiamo mandato tre ragazzi della scuola italiana, anche se non ci sono mai stati utili: Bargnani e Belinelli dopo un Europeo fiacco hanno rinunciato, Gallinari, la vera stella del gruppo, si è fatto male l'anno scorso prima della Spagna e adesso la sua schiena lo tiene lontano dal gioco anche se non dalle delizie della calda Formentera.
Dopo l'ultima caduta in Bulgaria molti hanno allargato le braccia: purtroppo questi sono i fraticelli del convento azzurro, gente volonterosa, ma non gente di qualità. Volevamo almeno il secondo posto dietro la lunatica Serbia battuta in Finlandia, ma l'incubo è di finire in fondo al gruppo, senza speranze di ripescaggio anche nel torneo della disperazione dopo aver perduto pure in Bulgaria.
In questi casi tutti fuggono e scaricano su altri le responsabilità se al centro dell'attacco devi mettere gente leggera, senza centimetri e qualità, se in regia non c'è quasi luce anche se Poeta e Vitali sembrano almeno presentabili all'Europa.
Tutti chiedono rispetto per la volontà dei «ragazzi» in azzurro, ma non è questo il problema. Ci mancano i giocatori e fra i dirigenti si litiga per sapere chi ha più colpe. Quelli delle società sostengono di aver dato il massimo, pagando anche per chi non aveva progetti; quelli della Federazione, impegnati nella campagna elettorale, si sparano di nascosto perché è chiarissimo l'attacco al presidente Maifredi, ma sono quasi invisibili i cecchini che ora sperano in nuovi candidati, anche se a decidere sarà poi il Petrucci che certo non pensava di dover subire attacchi da Nord e da Sud dopo Pechino con questa storia degli sprechi e delle medaglie supercostose.
La realtà del basket dice cantina vuota e vetrina piena di ragnatele mentre siamo in piena guerra ideologica con l'obiettivo di ridurre gli stranieri pur sapendo che poi l'Europa, a livello dei club, ci manderà ancora più indietro.
Vero che Carlo Recalcati, l'allenatore di Azzurra, aveva detto dopo Atene, ma anche dopo il bronzo di Goteborg, che il futuro sarebbe stato molto difficile visto che nessuno produceva più giocatori di livello, ma la nascita di tre ragazzi da Nba aveva di nuovo illuso chi ancora oggi stordisce con il sogno americano dei mediocri assoluti.
Guerre locali, battaglia dei pennini sbavando per il sistema spagnolo che non sappiamo neppure imitare con i nostri palazzotti fatiscenti, con i vivai quasi azzerati. Mezzo consiglio federale schierato con Mattioli e Recalcati, l'altro con il presidente Maifredi e il Faraoni che lavora per i progetti di base non condivisi dagli altri. Società smarrite.
Tutti hanno un consiglio da dare, ma nessuno prende decisioni. Siamo al giorno della locusta, siamo oltre il precipizio e per tirarsi su da una crisi come questa vivremo nella speranza del miracolo, arroccandoci dietro le società che in Europa provano a cercare fortuna pur avendo contro colossi economici impossibili da sfidare, anche se Siena l'anno scorso è arrivata fra le prime tre.