Sotto quei panni griffati il nulla

Marcello D’Orta

Con l’arrivo della bella stagione (si fa per dire, dato che da giorni piove su mezza Italia) si vedono (o, appunto, si dovrebbero vedere) sempre meno cappotti in giro, giubboni, impermeabili, paltò. La gente si libera dei capi invernali e va in giro in maglietta e jeans. Lo fanno naturalmente tutti, bambini, adolescenti, gente di mezza età e anziani. Ma corrono un rischio. Non di buscarsi un raffreddore (nel caso di improvviso peggioramento del tempo) ma di buscare mazzate, se non indossano indumenti «firmati».
Per il momento è successo solo a Vicenza (ne ha parlato il nostro giornale qualche settimana fa) ma non è detto che il fatto non si ripeta altrove, e infatti ieri ho appreso dalla viva (anzi rotta) voce di un’amica di famiglia, che al figlio undicenne, alcuni bulli di periferia hanno portato via gli occhiali, e dopo averli bene osservati, li hanno gettati a terra e calpestati, esclamando: «Chesta è robba ca se purtàva trentànne fa!». Il ragazzo è tornato a casa in lacrime, e ora i genitori saranno costretti a comprargli uno strumento correttivo dei difetti della vista, firmato Armani o Gucci, per evitare altri spiacevoli incontri con esteti-teppisti.
Ma che cosa è capitato a Vicenza? Ne riparlo perché la notizia è stata pubblicata come «breve», ma ritengo sia il caso di darle un risalto maggiore. Dunque, uno scolaro di 13 anni è stato costretto da un gruppo di compagni a sfilarsi la felpa e mostrare l’etichetta riportante la marca, che a quanto pare non era delle più note, anzi era proprio sconosciuta. Dagli sfottò alle intimidazioni, e dalle intimidazioni alle vie di fatto: il ragazzo è stato picchiato perché non vestiva «alla moda». E affinché anche la mamma partecipasse alla punizione, è stata presa a pugni la sua automobile (che suppongo fosse un vecchio modello).
Al tempo in cui a casa del sottoscritto non c’era una lira (al tempo in cui buona parte degli italiani non aveva una lira) vestirsi era un incubo, come un incubo era procurarsi da mangiare. Nel 1953 - ci informa Marta Boneschi (Poveri ma belli. I nostri Anni Cinquanta)- una famiglia media spendeva per il vitto sette volte di più che per l’abbigliamento. Noi che spendevamo poche lire per il vitto, figurarsi come si vestiva (eravamo in otto). Per anni mia madre comprò gli indumenti ncoppa ’a carrettèlla (sopra al carrettino); roba americana, per lo più (sembravamo tutti texani quando si usciva da casa) nella quale si frugava alla ricerca di qualche dollaro dimenticato. Ricordo i miei pigiama a strisce... ci andavo ballando in quei pigiama a strisce, facevo il Pulcinella mio malgrado. E quei cappotti pesanti quintali, e quelle maglie ispide e pungenti... Decine di capi smessi ammonticchiati sopra a questo carrettino (o qualche volta proprio a terra) intorno al quale le donne, con fare quasi furioso, «scartavano», cioè rovistavano, alla ricerca dell’indumento desiderato. E non vi dico quando una camicia, un pullover, un paio di pantaloni, era afferrato contemporaneamente da mani diverse, e nessuno dei «pretendenti» era disposto a rinunciarci... Sceneggiate cui mancava il morto solo perché si avevano unghie al posto dei coltelli.
A Resìna (Ercolano), c’era il «mercato degli stracci», che attirava gente da tutta la provincia. Centinaia di balle colorate invadevano la strada principale, rendendo impossibile il traffico veicolare, e a momenti quello umano. I cortili dei palazzi, i «bassi», gli scantinati, qualsiasi recesso, diveniva deposito di abiti usati. Questo mercato era nato con i furti ai convogli americani, poi s'era trovato un modo (un modo tutto partenopeo) di legalizzarlo. In quel mercato per certi versi apocalittico, si trovava di tutto: dalle scarpe ai cappelli, dalle tute militari alle giacche, dai frac ai jeans. Ma per chi (come noi) partiva da Napoli, era necessario svegliarsi prestissimo, essere sul posto già alle 6 del mattino, perché arrivare tardi significava avere poco da scegliere. E tuttavia non sempre ore di faticosa ricerca portavano a risultati positivi, e così ti ritrovavi anche ad aver speso inutilmente i soldi della benzina (curnùto e mazziàto, diciamo dalle mie parti).
È così che mi sono vestito per anni; gli occhiali li ho comprati sulle bancarelle: modelli antiquati e di colore nero, per non dire delle lenti; le scarpe al mercato delle pulci della Ferrovia; le giacche nella baracca di Frank, «l’indesiderato»; e i capi «pregiati» (quelli che di tanto in tanto si ricevevano in dono da qualche benefattore) ce li passavamo tra noi fratelli.
Vergogna, ragazzi di Vicenza, vergogna non una ma cento volte. Vestirete pure alla moda, ma il vostro gesto dimostra che nel cuore avete le balle di Resìna.
E io davvero non vorrei essere nei vostri panni.
mardorta@libero.it