Sotto quel «Cappotto» c’è il Destino

Trovo molto strano che quasi nessuno si sia occupato del magnifico romanzo Il cappotto istriano, opera seconda dello scrittore napoletano (ma milanese di adozione) Vincenzo Gambardella (Marietti1820, pagg. 140, euro 14).
Il suo primo romanzo, Seduto sulla tempesta, aveva suscitato grande interesse. La lettura di quel libro dimostra come si possa coltivare un’opinione su Napoli ben fondata anche se molto diversa da quella di Gomorra di Saviano che - lasciando da parte l’indubbia bellezza del libro - si è trasformata nella sola chiave di lettura politicamente corretta sulla realtà della nostra grande città e del suo popolo.
Un’opinione su Napoli che comprenda non solo la camorra ma anche il popolo, l’amore, la fede cristiana, san Gennaro obbliga la scrittura a farsi più tesa, profonda, assoluta. Così è stato. Ma Il cappotto istriano non ci parla più di Napoli, ci parla di Milano, ossia di un'altra città sulla quale non è bene, di questi tempi, nutrire troppe opinioni. La Milano che fa non già da sfondo ma da vero e proprio personaggio in questo romanzo non appartiene - ma questa è una cifra costante di questo originalissimo scrittore - a nessuna delle vulgate (sia quella trionfalista, sia quella catastrofista) che pesano ingiustamente sulla Madonnina.
Non riassumo la storia, delicata e pudica, raccontata in questo libro d’amore e d’amicizia (ma anche, sottotraccia, di vera indignazione civile). Osservo soltanto come, in Gambardella, la rappresentazione del Destino non avviene al modo dell’affresco, come se qualcuno potesse dipingerlo standone, al tempo stesso, al di fuori. Al contrario il Destino, in Gambardella, si compie dentro il gesto stesso della scrittura, come atto di pura obbedienza e insieme di totale libertà. In questo, la sua scrittura si apparenta a quella di altri grandi solitari della nostra letteratura: penso a Silvio D’Arzo, Arturo Loria, Antonio Delfini. Scrittori dalla biografia letteraria difficile, la cui presenza toglie senso a compendi e collocazioni storiche.
Voi leggete questo romanzo, lasciandovi catturare dall’inesorabilità che ogni particolare trattiene. Niente esiste, per Gambardella, se non in quanto sfiorato, guardato, accarezzato dal Destino. Che è sempre un Destino buono, la cui ultima parola - pur dentro la tragedia - è sempre un «sì».