Sotto la Quercia non c’è posto per le riforme

L’assenza dei Ds alla cerimonia per la consegna del volume con i discorsi parlamentari di Bettino Craxi, e la diserzione ad Hammamet nella ricorrenza della sua scomparsa, hanno una spiegazione e una giustificazione di fondo: il riformismo non alberga più nell’animo dei Ds, anche se sarebbe più esatto dire che non vi ha mai preso posto. Le continue defezioni di questi mesi cosa sono se non il segno tangibile del loro fallimento, della loro incapacità politica ad imboccare la strada di una sinistra liberale, riformista, di governo? La strada che aveva indicato Craxi a tutta la sinistra. La fuoriuscita di Nicola Rossi dai Ds e, soprattutto, le sue argomentazioni, ci offrono una prova ulteriore. Rossi dice che il riformismo dei Ds è solo predicato e non praticato: «È un riformismo da convegni».
Dice che una forza riformista non si pone l’obiettivo di ridistribuire le risorse, ma punta ad allargare il campo delle opportunità, premia le possibilità di chi è economicamente più debole di far valere i propri meriti e diventare così più forte. Queste argomentazioni hanno un solo difetto: arrivano in ritardo di 25 anni rispetto a Craxi e alla conferenza programmatica di Rimini del 1982, il punto più alto della progettualità riformista in Italia. Il film che i cattivi predicatori, alla Scalfari o alla Mieli, di un riformismo senza riformisti (anzi, nemico dei riformisti, da Turati fino a Walter Tobagi, a Craxi e a Biagi) hanno cercato di mettere in scena, è basato sull’idea che il comunismo possa essere riformato dal suo interno, per imboccare, contromano, la strada opposta, quella del riformismo. Era, ed è, un’idea politicamente e intellettualmente disonesta.
Tutto l’armamentario post-comunista loro lo chiamano «riformismo col popolo» o «riformismo forte», distinguendolo dal «riformismo senza popolo» o dal «riformismo debole», che sarebbe quello di Craxi. Sciocchezze! I riformisti non sanno che farsene del popolo dei Travaglio, dei Di Pietro e dei Santoro, anzi ne hanno profonda disistima. I riformisti competono con i massimalisti, non subiscono imposizioni fondamentaliste contro i «ricchi» che guadagnano 1500 euro al mese. I riformisti competono con i massimalisti nel senso che si pongono in alternativa, come fece Craxi con Berlinguer, che inventò la più disonesta delle politiche, la «questione morale» (mentre il suo partito continuava a prendere i soldi di una potenza nemica e del finanziamento irregolare). Non esiste un riformismo forte, quello delle riforme di sistema, nel migliore dei casi è massimalismo debole, è post-comunismo, che dal comunismo ha ereditato i vizi peggiori: la doppiezza di Togliatti, la cultura giustizialista della forza di Stalin, la cultura del potere di Lenin, il moralismo di Berlinguer, la cultura dell’egemonia di Gramsci, la presunzione razzista di sentirsi superiori sul piano morale e culturale. Le riforme radicali sono all’opposto del riformismo. Una volta fatte, producono spirito di conservazione, buone o cattive che siano, diventano totem ideologici da difendere a prescindere dal merito e dal tempo che cambia.
Il riformismo è, come diceva Craxi, l’idea di progresso che incontra la realtà. I riformisti promuovono le riforme non una volta per tutte ma una alla volta, perché sanno che si può sbagliare e vogliono fare le riforme pezzo per pezzo, fare le cose conoscendo i fatti concreti, rifare le cose quando la realtà cambia. Il riformismo promuove l’alleanza tra i meriti e i bisogni. Per queste ragioni il riformismo non è di questa sinistra, sia di quella in salsa romana (Rutelli e Veltroni), sia di quella emiliana (Bersani) come di quella bancaria (D'Alema e Prodi).
Perché questa è la sinistra delle ragioni opposte, dei Monopoli, del grande fratello fiscale, della cultura del potere per il potere che anima il Governo autoritario di Bazoli e Profumo. È la sinistra crepuscolare del tramonto dei valori. È la sinistra giustizialista di Violante. Un fatto è certo: ogni giorno che passa, diventa più evidente il conservatorismo della sinistra e il trasferimento alla destra del ruolo di forza di progresso; non è un caso se in questi anni è stato il centrodestra sotto la guida di Berlusconi a portare avanti la visione di una società attiva, libera, basata sulle opportunità e sulla responsabilità. Non è un caso che sia stato il governo Berlusconi a promuovere quelle riforme rivolte al futuro del Paese, dalla riforma dell’istruzione, al lavoro, alla previdenza, quelle stesse riforme che oggi la sinistra vuole distruggere. Un’azione politica e di governo che oggi fa dire legittimamente a Berlusconi «sta a noi di Forza Italia, e non a questa sinistra illiberale e conservatrice, raccogliere e portare avanti l'eredità riformista di Craxi».
Noi riformisti craxiani faremo di tutto per dare consistenza a questa affermazione, difendendo e sviluppando le coraggiose riforme per il futuro fatte dal governo di centrodestra; lavorando per attrarre anche tutti coloro che hanno finalmente realizzato che nella sinistra italiana post-Tangentopoli, non c’è posto alcuno per il riformismo. Il futuro Partito delle Libertà non sarà né di destra né di sinistra secondo i canoni già conosciuti, sarà il Partito delle Libertà e dei nuovi diritti, il partito degli italiani che si sentono liberi, che vogliono costruirsi con le proprie mani il proprio futuro. Sarà nuovo nella misura in cui porterà a compimento la sintesi delle tradizionali antitesi; un partito laico e cristiano, liberale e solidale, popolare e riformista.
*Membro della Segreteria politica
di Forza Italia