Sotto il segno di Caterina

Straniera, studiò costumi e lingua del suo nuovo Paese, la Russia. E ne fu la «padrona» per 34 anni

L’etichetta di palazzo (siamo ai primi decenni del ’700), prescriveva di baciare l’orlo della veste al monarca. «Perché il re ha una giacca così corta?»: era il disappunto di una bambina tedesca di quattro anni, al cospetto di Federico Guglielmo di Prussia. «È così ricco: non potrebbe comprarsene una più lunga?» aggiunse la piccola impertinente, gelando i cortigiani. Ma il sovrano si lasciò incantare dai grandi e irrequieti occhi azzurri, in quel viso che un diplomatico francese, Jean-Louis Favier, molti anni dopo, quando lei si era trasformata nella donna più potente del mondo, definì «più carino, che brutto», aggiungendo però che il meno che si potesse dire della sua proprietaria era che fosse «ammaliante».
Lo storico che scelga di descrivere la vicenda politica e umana di Caterina II (1729-1796), zarina di Russia dal 1762 (era lei la principessina controcorrente, nata Sofia Augusta Federica, a Stettino, avanguardia baltica della Prussia, affidata alla reggenza di Cristiano Augusto di Anhalt-Zerbst, decoroso militare, padre della bimba) non ha penuria di documenti. Rimangono i memoriali di lei, redatti più volte in francese, lingua che imparò a scrivere fin dai tre anni. Esistono le relazioni di ambasciatori e osservatori delle nazioni europee, impensierite dall’enorme potenza di un Paese che Pietro il Grande aveva trascinato fuori dal medioevo e che con Caterina sul trono sgomitava per un posto in prima fila nel consesso continentale, grazie ai morsi territoriali inflitti alla Polonia spartita, e alle mazzate contro i nemici di sempre, gli Ottomani, costretti a mollare la Crimea e il Mar Nero.
Il britannico Hanbury Williams, che l’aveva soprannominata Madame la Ressource perché a palazzo i pantaloni li indossava lei, non l’inetto e violento Holstein-Gottorp, suo marito, poi zar con il nome di Pietro III, ne ammirò l’intelligenza, la passione con cui si era dedicata a studiare, lei, straniera, usi, costumi e lingua del popolo russo, arrivando a ripudiare la fede luterana per l’ortodossa, per abbracciare la quale, secondo gli arcigni riti di Mosca e San Pietroburgo, aveva mandato a memoria pagine e pagine di catechismo in cirillico.
Favier ne decantava la cultura. «Non resisto senza un libro», scrisse Caterina. E che libri. Tacito, gli Annali, un cinico manuale del potere (anche se era quello dei Cesari di Roma), che le svelò gli intrighi e l’addestrò ai colpi di Stato risolutivi, come quando depose quello sposo disprezzato che si era illuso di dominarla, e sulla punta delle baionette s’innalzò al trono dell’impero immenso. Gustò la modernità dei Voltaire e dei Montesquieu. Imparò da Diderot, suo ospite e sua «cattiva coscienza», che le rinfacciò il suo illuminismo teorico e fasullo, di donna-filosofo con lo scettro che però aveva varcato il confine tra monarchia e tirannide. Musei e archivi di Stato fanno tesoro delle vittorie militari dei suoi eserciti, e dei suoi atti politici e amministrativi, come la Carta delle città, che istituiva consigli elettivi aperti ai vari ceti (esclusi i contadini della gleba), o la Lettera di privilegio della nobiltà, con la quale accreditava la tradizionale aristocrazia terriera russa di immunità e prerogative da far inorridire i suoi amici francesi.
Tutto un materiale che basta per tracciare una biografia. Ma se di questa donna eccezionale vogliamo un ritratto, palpitante, mosso come una sceneggiatura epica e tragica, dobbiamo sfogliare le pagine scintillanti di Carolly Erickson, La grande Caterina. Una straniera sul trono degli Zar. Qui la troviamo immersa nel suo mondo, contemplato e goduto attraverso il suo sguardo, duttile e audace. Ne ammiriamo, più che le gesta, l’anima. La galleria infinita dei grandi comprimari. La zarina Elisaveta Petrovna, sua seconda madre e mèntore. Gli amanti innumerevoli: l’idolo tenero dell’adolescenza, lo zio Giorgio; il bel Grigorij Orlov, con il petto vasto come una roccia, eroe indenne sotto la mitraglia turca; il rozzo Potëmkin, esotico e caldo come il vento delle steppe del Sud, che schiacciò il campione della rivolta contadina, il misero usurpatore Pugacev, spettro di quel giacobinismo che fu forse l’unico, vero terrore di Caterina.
Il giorno della morte, 5 novembre 1796, lesse in un dispaccio che i francesi avevano invaso l’Italia. Sottolineò il nome del giovane, sconosciuto generale: Bonaparte. Forse capì che il suo tempo era al tramonto.