Sotto il segno della madre

Sapete com’è con la Corte di cassazione: se deliberano come ci aspettiamo e speriamo, quei giudici ci diventano simpatici, degli amiconi, se non lo fanno, se dicono che uno stupro non è stupro perché la fanciulla indossava jeans aderenti, li vorremmo spellare vivi. Almeno a me succede così. Questa volta sono stati grandi nell’affermare che sono maturi i tempi per dare ai figli legittimi il cognome della madre. Lo hanno fatto in una sentenza della prima sezione civile (n. 23934) con la quale si chiede addirittura al primo presidente della Suprema corte di poter colmare il vuoto normativo e dare la possibilità ai giudici di fare sì che, se i genitori lo vogliono, i figli possano avere il cognome della madre anziché, invece, al posto, di quello del padre. Diversamente, scrivono i supremi giudici, «se tale soluzione sia ritenuta esorbitante dai limiti dell’attività interpretativa, la questione possa essere rimessa nuovamente alla Corte costituzionale».
Linguaggio pessimo, come d’abitudine nella nostra inguaribile burocrazia, ma intenzioni toste, anzi, troppa grazia, Sant’Antonio. I giudici di piazza Cavour, sapete quel palazzo spaventoso di Roma dove si ritrovano, deliberavano sul caso di una coppia che mi permetto di definire stravagante, Alessandra C. e Luigi F., che per ben due gradi di giudizio si erano visti negare la possibilità di attribuire al figlio minore Guido, nato nel giugno del 2003, il cognome della madre. Contro il doppio no dei giudici la coppia milanese ha fatto ricorso alla Cassazione. E ora la Suprema corte, accogliendo la rivendicazione dei genitori, chiede con insistenza al primo presidente di poter decidere direttamente. Del resto, rilevano i giudici della prima sezione civile, a far ritenere che siano maturi i tempi per dare ai figli il cognome della madre vi sono numerose pronunce: la Corte costituzionale che, nel 2006, aveva stabilito che «il sistema di attribuzioni del cognome non è più coerente con i principi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna», una decisione adottata nel dicembre 2007 dai capi di Stato e di governo dei 27 capi della Ue, infine la ratifica del Trattato di Lisbona dello scorso 2 agosto.
Ragazzi, altro che la femminilizzazione della quale pensosamente dibattete! Qui siete a Caporetto. Mi permetto, da incallita anticonformista, di soccorrervi, e proporre il consueto, rassicurante, eppure impensato nel nostro stupido Paese, doppio cognome. Io da oggi mi chiamo Caputo. Contenta, mamma?