Il Sottomarino giallo è finito in galleria

«Il modo di vivere da Beatle era quello di un bambino che sta entrando nel mondo dei grandi, ci sta entrando con degli amici e lo conquista completamente. Così, quando ci venne proposto di scioglierci, penso che nessuno di noi volesse: finiva un mito, anche nella nostra mente». Le parole erano quelle di Paul McCartney. Più tardi John Lennon scrisse «qualcuno muore e qualcuno continua a vivere». Ma il mito è più vivo che mai. Lo dimostra una grande mostra allo spazio Oberdan intitolata Beatles ‘68 (aprirà il 17 giugno) e che racconta il percorso parallelo del gruppo inglese all’apice della popolarità, icona di un mondo che sta cambiando e quella convulsa evoluzione di una generazione che voleva cambiare il mondo. Oggetti, fotografie e documenti che testimoniano le grandi vicende del ’68 e la storia dei quattro ragazzi di Liverpool, interpreti di quell’aria di rivolta.
Dopo gli anni travolgenti che vedono l’esplosione della beatlemania (nel triennio 1964-1966 oltre un milione di giovani assiste ai loro concerti in tutto il mondo) i Beatles sono determinati a seguire ormai il loro bing bang creativo, rischiando di finire fuori giri. Protestano contro la guerra in Vietnam, sognano pace e amore ma arrivano allo scontro e alla contestazione aperta.
I curatori della rassegna, Umberto Buttafava e Enzo Gentile insieme a Nicola Marras, sviluppano il percorso narrativo del ’68 beatlesiano attraverso quattro punti cardinali. Il famoso doppio lp “White Album”, il viaggio in India del gruppo, il rapporto con il cinema da “Magical Mystery Tour” a “Yellow Submarine” e l’inizio di tutte le carriere soliste e dei progetti individuali che coincide con il lancio della Apple (la società creata dai baronetti). Ad ognuno di questi punti è dedicata un’area raccontata attraverso l’esposizione di cimeli, memorabilia, documenti e fotografie.
Ed ecco che gli occhi si gonfiano di colore con le copertine discografiche, le foto, i manifesti, le locandine e l’oggettistica. I colori più colorati esplodono in gialli più gialli, in rosa più rosa e in rossi più rossi. E’ l’inizio dell’illustrazione moderna. In contrapposizione la copertina minimalista, completamente bianca, del “White Album”. La mitica numero 22, infatti, la copia esposta potrebbe far parte delle dieci consegnate a ciascun componente del gruppo. E un’altra leggenda vuole che John abbia poi dimenticato le sue dieci nel taxi che lo riportava a casa. Quindi la numero 22 potrebbe essere appartenuta a John Lennon. Oltre alle immagini, la loro musica accompagna il viaggio. Accanto a questo spaccato di storia dei Beatles, un impianto grafico prevede una serie di pannelli che riassumono gli eventi di quell’anno in Italia e nel mondo attraverso immagini di repertorio e titoli di giornale. Gli studenti che protestano nelle università, la guerra in Vietnam, l’uccisione di Robert Kennedy e di Martin Luther King, i carri armati a Praga, il terremoto in Sicilia e la tragedia del Belice. Grazie alla collaborazione di Grazia Neri, sono esposte cinque fotografie esclusive di Don Mc Cullin e cinque di Paul Salzmann, unico fotografo che ha immortalato i “quattro” e la loro compagnia nell’ashram indiano.
Il Sessantotto non sarebbe stato lo stesso senza i Beatles e la loro straordinaria carica creativa che li portò alla ricerca spasmodica di nuove esperienze, nuovi interessi, nuova musica e inevitabilmente creò incrinature alla compattezza del gruppo e segna l’inizio della fine.