SOTTSASS Il principe del design

L’anno se ne è andato portando con sé Ettore Sottsass, uno dei maggiori designer italiani, scomparso l’altro ieri a Milano a novant'anni per uno scompenso cardiaco. Per la verità Sottsass era nato a Innsbruck, in Austria, nel 1917, ma la sua famiglia era italiana. Anche il suo nome, come spiegava lui stesso non senza qualche civetteria, andrebbe letto con l’accento sull’ultima sillaba: Sottsàss, in dialetto «sotto i sassi».
Sottsass si era laureato in architettura al Politecnico di Torino nel 1939, e aveva iniziato subito a lavorare nello studio di Pagano. Dopo la guerra, nel 1947, a Milano, aveva aperto uno studio di design, attività che sarebbe rimasta la sua ricerca principale, anche se è stato architetto (suo, tra l’altro, il progetto dell’aeroporto di Malpensa), urbanista, fotografo. Alla fine degli anni Quaranta si era dedicato anche alla pittura, abbracciando l’astrattismo e avvicinandosi prima al gruppo del M.A.C. (Movimento Arte Concreta) e poi allo spazialismo.
Come designer aveva avviato presto un proficuo e felice sodalizio con l’Olivetti, per la quale aveva disegnato alcune macchine da scrivere, tra cui la famosa «Valentina» (esposta al Moma di New York), e inoltre la calcolatrice «Logos 27» nel 1963. Uno dei suoi progetti più impegnativi era stato il computer «Elea», con cui nel 1959 aveva vinto il Compasso d’oro. Inizialmente Sottsass era stato influenzato dal razionalismo, ma poi la sua ricerca aveva mutuato qualche istanza dalle avanguardie americane (alla cui conoscenza l’aveva portato anche Fernanda Pivano, che era stata la sua prima moglie) e dalla Pop Art. Suggestioni e stimoli, però, si erano mescolati nel suo lavoro in una poetica che molti avevano definito «indefinibile». E forse questa era la definizione migliore del suo design.
Le sue opere più note, comunque, sono quelle legate al superamento del funzionalismo moderno. Nel 1978, per esempio, aveva progettato per Alessi un’oliera dalle linee semplici, che però, con le sue forme tondeggianti, voleva ricordare una moschea. Poco dopo, nel 1980, fonda la «Sottsass associati», con Aldo Cibic, Matteo Thun e Marco Zanini. Nel 1981 crea Memphis, con Hans Hollein, Arata Izozaki, Andrea Branzi e Michele de Lucchi. «Memphis dona agli oggetti uno spessore simbolico, emotivo e rituale. Il principio alla base di mobili assurdi e monumentali è l’emozione prima della funzione», è una delle descrizioni più calzanti del movimento.
Sono gli anni, questi, in cui nascono le opere più conosciute di Sottsass, segnate soprattutto da una vena ludica ed eretica. Pensiamo alla libreria Carlton che progetta nel 1981: una sorta di grande totem, dove l’unica parte diritta è, in basso, un tavolino con due cassetti. Su questa base, vivacizzata come l’intera libreria da colori vitalistici, si alza, come un castello di carte, una rete di spazi vuoti obliqui, triangolari, a forma di doppia v, che culmina in una sorta di pupazzo stilizzato. L’opera appare festosa, ironica, eccedente, ma nasconde anche qualche cadenza più allarmata, perché è dominata da un’idea di instabilità. «L'instabilità è l’accettazione della non verità, ma soprattutto l’idea che tutto si distrugge. Tutto si costruisce, certo, ma si sa già che andrà distrutto. Tu vivi, ma sai già che puoi anche morire» dirà lui stesso.
L’anno successivo, nel 1982, Sottsass progetta ancora per Alessi (per citare solo un’altra opera tra le tante) un famoso portafrutta che poggia su linee a zigzag. Ma infiniti sono gli oggetti che crea: mobili, vasi, gioielli, utensili di ogni genere. Per lui, comunque, progettare un oggetto non significava affatto disegnare semplicemente un prodotto. Diceva: «Penso che sia molto difficile disegnare una bella tavola: non dipende solo dagli strumenti che si usano, ma anche da una sottile, fragile, incerta sapienza con cui qualcuno, qualche volta, riesce a incanalare la percezione della nostra avventura cosmica: per provvisoria e incomprensibile che sia».
Del resto la più bella definizione del suo design, e forse del design in generale, è quella che diede in un’intervista non molti anni fa: «Per me il design è un modo di discutere la vita. Non nasce dalla necessità di dare più o meno forma a uno stupido prodotto destinato a un’industria più o meno sofisticata. Se devi insegnare qualcosa sul design, devi insegnare prima di tutto qualcosa sulla vita. Anche la tecnologia è una metafora della vita».