Sottufficiali a processo senza responsabilità

È difficile chiedere conto dopo tanti anni a chi ha solo eseguito un ordine

Egregio Direttore, è di questi giorni la notizia dell’inizio, presso il Tribunale Militare di La Spezia, del processo a carico di due sottufficiali delle SS, oramai ultra ottantenni, imputati di partecipazione all’eccidio di Marzabotto.
Immagino che la brava Maria Vittoria Cascino intervisterà, prima o poi, il magistrato militare incaricato di rappresentare l’accusa e mi permetto pertanto alcune considerazioni che forse le saranno utili.
Per la strage di Marzabotto venne a suo tempo processato e condannato il Comandante dell’unità tedesca che effettuò la feroce rappresaglia, il maggiore delle SS W. Reder. In questi casi, se non vado errato, i giudici militari, condannato il responsabile in comando, mandano assolti i subordinati perché considerati costretti, in base alla disciplina militare, ad eseguire gli ordini e considerato anche il fatto che disobbedendo ne andrebbe della loro stessa vita. Vedi il caso delle Fosse Ardeatine: nel 1946 il Tribunale Militare Italiano condannò Kappler, comandante responsabile dell’eccidio, ma assolse gli ufficiali in subordine, ritenuti esecutori di ordini ai quali non potevano sottrarsi (infatti chi si ribellò, sembra uno, venne immediatamente fucilato insieme agli ostaggi...). Il solo Priebke, per sua disgrazia, sfuggito alla cattura, evitò processo (e assoluzione)... Rintracciato fortuitamente dopo cinquant’anni, venne processato e condannato all’ergastolo con un procedimento che possiamo tranquillamente definire grottesco. Presumo, pertanto, che i due sottufficiali tratti in giudizio oggi abbiano compiuto azioni che esorbitavano dalla pura e semplice esecuzione di un ordine: se così non fosse, ci troveremmo di fronte ad una «forzatura» giudiziaria.
Ricordo di aver letto, anni fa, la ricostruzione dei fatti di Marzabotto curata da Giorgio Pisanò, secondo la quale all’origine della feroce rappresaglia tedesca vi sarebbe l’uccisione, ad opera di partigiani locali, di tre soldati che si trovavano a transitare per il paese a bordo di una motocarrozzetta. Eliminati i tre tedeschi, i partigiani si rifugiarono sulla vicina montagna.
Anche in questa occasione (come peraltro accaduto alla Benedicta e a Sant’Anna di Stazzema) il reparto incaricato di effettuare la rappresaglia e comandato dal maggiore Reder, non incontrò alcuna resistenza da parte delle formazioni partigiane, che si guardarono bene dall’intervenire in difesa dei civili; eppure, qualche raffica di fucile mitragliatore, sparata magari da una distanza di sicurezza, avrebbe potuto «attirare» l’attenzione dei tedeschi intenti al massacro, permettendo a qualche abitante di sfuggire alla morte.
Ma credo che il magistrato militare De Paolis avrà, anche per questo caso, esaustive giustificazioni.
Per finire, Pisanò ha raccolto la «voce» che a suo tempo vennero inclusi, nell’elenco delle vittime, anche i nomi di fascisti eliminati dai partigiani e di «sfollati» vittime di attacchi aerei alleati: dopo tanto tempo sarà difficile appurare la verità...!
Non ci resta che sperare nel giudice di Berlino.
Cordialmente