SOUTHSIDE JOHNNY Al Transilvania l’amico del Boss

Ha suonato spesso con Bruce Springsteen col quale continua a collaborare. Le sue ballate sono ricche di energia. «Ci vuole anima per suonare il rock», dice

Antonio Lodetti

Va beh, non riempie le grandi arene (almeno in Italia), ma è un mito per chi ama il rock stradaiolo, quello di Bruce Springsteen per intenderci, con cui ha suonato spesso e volentieri e con cui continua a collaborare. I fan avranno capito che parliamo di Southside Johnny, cantante, chitarrista, armonicista che arriva domani al Transilvania Live con i suoi Asbury Jukes. Tutte le strade di Southside Johnny portano a Springsteen. È nato nel New Jersey (come il Boss) e dagli Asbury Jukes è uscito il glorioso Steve Van Zandt, detto anche Little Steven (l’uomo con la bandana incollata alla testa) per diventare un pilastro della E Street Band di Springsteen. Anche Patti Scialfa, vocalist e moglie di Bruce, viene da quello stesso giro. Insomma tutto in famiglia; infatti quando Johnny si esibisce annualmente al megaconcerto estivo del Boss ad Asbury Park, il suo show è uno dei più gettonati ed applauditi. Ma Southside Johnny vive anche di luce propria. Scrive delle belle ballate rock, ci mette la giusta dose d’energia e le giuste virate verso il country; ha un gruppo tosto con i fiati che sanno virare al momento giusto verso il rhythm and blues e i più diversi colori della black music. Sa tenere il palco e trascinare il pubblico. «Ci vuole l’anima per suonare il rock and roll - dice Johnny - senza pianificare né pensare a nulla. Viaggiare, salire su un palco e cominciare a dare tutto ciò che si ha dentro: così nascono le cose migliori». La sua dimensione migliore è quella dal vivo, ma anche i suoi album sono ricchi di energia e carica vitale, a partire dall’esordio - targato 1976 - con I don’t want to go home ricco di fiati e di sonorità molto colorite per l’epoca. (L’omonimo brano, scritto da Van Zandt, è diventato il superclassico di Southside Johnny). «Alla metà degli anni Settanta il punk e Springsteen hanno cambiato il corso del rock che andava agonizzando; io ho avuto la fortuna di essere al posto giusto al momento giusto. Nel mio dna c’era il rock and roll di Chuck Berry e Bo Diddley e il blues di Muddy Waters e Howlin’ Wolf». Così sono nati album quali This time it’s for real e soprattutto Hearts of stone (con numerosi pezzi di Springsteen come quello che dà titolo all’album) eletto nel 1982 da Rolling Stone tra i 100 dischi migliori a cavallo tra gli anni Settanta ed ottanta.
Dopo questa veloce ascesa Southside Johnny sparisce per un po’ dalla scena del rock che conta. Incomprensioni con le case discografiche, un carattere poco incline al compromesso lo spingono ai margini e incide album che non lasciano grandi segni, a parte forse Slow Dance. La rinascita avviene nel 1991 con Better Days, con il contributo di Little Steven, del Boss e di Bon Jovi. Nel 2001 è tornato a tempo pieno, alla guida della sua casa discografica, con dischi ruvidi e diretti come Messin’ With the Blues, Going To Jukesville, Missing Pieces, Into the Harbour, il suo ultimo lavoro che costituirà l’ossatura del concerto milanese.
Southside Johnny & The Asbury Jukes domani al Transilvenia live, via Paravia 59, ore 20.