La sovranità non si vende al bancomat dei diritti

Milano, come altre città italiane, soffre a causa dell’immigrazione tensioni e strappi che si sarebbero dovuti evitare o almeno contenere. Ieri alla ribalta del disordine, della guerriglia urbana è arrivata la comunità cinese di via Paolo Sarpi, uno dei polmoni commerciali della metropoli. La Chinatown meneghina ha reagito con intollerabile violenza alla normale attività di controllo svolta dai vigili urbani che, come nelle altre zone della città, multano chi sosta in maniera selvaggia o effettua operazioni di carico-scarico in orari e spazi non consentiti. La contravvenzione legittimamente contestata a una donna cinese è diventata il pretesto per una rivolta contro i vigili e la polizia intervenuta nella zona. Auto rovesciate e distrutte, attacchi alle forze dell’ordine protrattisi per ore, feriti, un atteggiamento di intollerante disprezzo, da parte degli immigrati, per le regole che tutti i milanesi accettano, concedendosi al massimo i mugugni che solitamente si riservano alle limitazioni del traffico e alle multe per sosta vietata. Questo è il punto. I cinesi di via Paolo Sarpi e delle arterie vicine hanno reagito con rabbia, come se il loro territorio fosse stato invaso da oppressori alieni, come se quella che chiamiamo Chinatown non fosse un quartiere di Milano, ma una enclave dipendente da Pechino, con una sua sovranità e un suo diritto di extraterritorialità. E questo forse spiega perché alcuni dimostranti durante gli scontri abbiano fatto sventolare bandiere della Repubblica popolare cinese.
Questa inaccettabile prospettiva politica e sociale è stata confermata dal console cinese, subito accorso a versare benzina sul fuoco, il quale ha parlato di una «forte pressione» alla quale sarebbero sottoposti i commercianti della zona, per il semplice fatto che debbono sottostare alle regole fissate dall’assessorato al traffico. Le stesse regole, va ribadito, che rispettano tutti gli altri commercianti milanesi, che siano originari di Gorizia, Abbiategrasso o Castrovillari. Ed è singolare che a far baluginare diritti umani violati sia stato proprio il funzionario di un Paese grande, sì, ma nel quale non ha molto senso parlare di diritti umani.
La comunità cinese di Milano ha da anni un notevole peso economico. I primi cinesi arrivarono in città negli Anni Venti e sono sempre stati un buon esempio di integrazione. Negli ultimi lustri, rafforzata da flussi immigratori robusti, la comunità asiatica si è allargata dal nucleo originale di via Canonica fagocitando - previo pagamento, ma in condizioni particolari di mercato, diciamo così - case e negozi degli italiani ridotti a essere una minoranza a disagio, per comprensibili motivi. Chinatown a Milano, Italia, è una città nella città che evidentemente pretende ormai di reggersi autonomamente, con sue proprie leggi.
È giusto? È accettabile? Come in altri casi, vicende che appaiono esclusivamente municipali superano la cinta daziaria cittadina. La questione tocca direttamente il governo centrale: case e negozi si possono comprare, la sovranità no.
Sempre il governo dovrebbe meditare a lungo sul provvedimento, che stamani dovrebbe arrivare al Consiglio dei ministri, col quale si intende regolarizzare la posizione di un milione e mezzo di immigrati, concedendo loro il diritto di voto alle amministrative e, forse, l’accesso ai pubblici concorsi. La proposta è del ministro Ferrero, di Rifondazione comunista. La sinistra radicale cerca, a breve termine, nuovi consensi nelle consultazioni amministrative, ma c’è in questa proposta anche un disegno strategico di lungo respiro. Le dinamiche sociali non lasciano intravedere rivoluzioni possibili in un sistema di mercato nel quale, alle ultime elezioni politiche, la maggioranza degli operai del Nord e del Sud, con l’eccezione degli operai delle regioni rosse, ha votato - il dato è dell’ufficio studi della Cgil – per il centrodestra. E allora può essere un investimento politico importare disagio sociale e rancore di non integrati. Di immigrati che nei loro Paesi d’origine subiscono tutte le oppressioni e che da noi scoprono il bancomat dei diritti con quasi nessun dovere. Che si organizzano nei ghetti e poi si erigono in enclave. La guerriglia di Chinatown dovrebbe far riflettere.
Salvatore Scarpino