«Soy Cuba» riemerge dagli archivi sovietici

Maurizio Cabona

È un evento che I guardiani della notte di Serghej Luk'janenko (Mondadori) si venda in patria tanto da rompere il semi-monopolio dei romanzi americani e uscire perfino in italiano. Maggior evento è che il film omonimo, di Timur Bekmambetov, prodotto dalla rete tv russa Canale Uno, incassi più di ogni altro film russo e rompa il monopolio dei film fantastici americani ed esca in Italia (da venerdì 14), dopo la comparsa al Festival di Berlino e la candidatura all’Oscar nel 2004.
Il modello dei Guardiani della notte - girato insieme al seguito, I guardiani del giorno - evoca il trittico di Blade e quello di Matrix: vampiri immuni ad aglio e crocifissi; metropoli notturne e apocalittiche; computer; effetti speciali; ritmo concitato. I guardiani della notte è dunque l’opposto del cinema russo, non solo del cinema sovietico, entrambi placidi come il Don, i cui grandi soggettisti erano Gonciarov e Cecov, Gogol e Tolstoj, più che Marx e Lenin; a tenere in rispetto i registi era Stalin, nel caso di Eisenstejn e Ciaurelij; Krusciov, nel caso di Kalatozov e Ciukraij; Breznev, nel caso di Bondarciuk e Kalik. Ma c'era una vera tradizione cinematografica che la politica condizionava, non corrompeva, tradizione proseguita e migliorata, aprendo spiragli di libertà, da Andrei Konchalovski, il regista di Siberiade (premiato a Cannes) e della Casa dei matti (premiato a Venezia), che ha lavorato anche a Hollywood (Maria’s Lovers, A 30 secondi dalla fine, Tango & Cash...); e da suo fratello, Nikita Mikhalkov, premiato a Cannes e poi con l’Oscar per Sole ingannatore. Nessuno di loro è stato però incline al fantastico. E se ora Mikhalkov definisce Bekmambetov «il Tarantino russo», non è un complimento, se non altro perché Sole ingannatore si vide soffiare la Palma d'oro proprio da Pulp Fiction. Quello che non era riuscito a settant’anni di comunismo, alterare l’estetica russa, è infatti riuscito a meno di quindici anni di capitalismo.
Ci si rammenta di film sovietici di fantascienza, come Solaris di Tarkovskij, perché a sfondo futuribile; non ci si ricorda di film sovietici fantastici, perché a sfondo esplicitamente o implicitamente passatista, perché esso urtava il progressismo implicito nel materialismo dialettico. I guardiani della notte non sarebbe dunque passato, fin dal soggetto, all’esame della censura nemmeno sotto Gorbaciov. Se nell’impronta il film è globalizzato (potrebbe svolgersi ovunque), l’evocazione dell’ancestralità rimanda a radici profonde. Alle frontiere fra Stati subentrano i confini fra le dimensioni, nel primo film russo a battere in Russia quelli americani. Si spengono le note dell’Internazionale, si levano quelle dell’Interdimensionale.
Se non puoi vincere il nemico (commerciale), cioè Hollywood, devi fartelo amico o almeno imparare da lui. Ora ci sono arrivati in Russia; ci sono arrivati da tempo in Francia; in Italia no. Ma come imparare senza prima imitare i dettagli, poi aderire ai valori che nei dettagli sono impliciti? Infatti anche nel cinema vale la regola che nessuno sceglie un’imitazione, quando dispone dell’originale. Per Luk'janenko - romanziere - restare relativamente originale è stato relativamente facile. Per Bekmambetov è quasi impossibile. Dice di guardare a Corman. Però Corman veniva dalla grande scuola della Hollywood degli anni Cinquanta, mentre Bekmambetov viene dalla piccola scuola della pubblicità tv degli anni Novanta. Piccola perché pubblicitaria: chi viene dagli spot, come spot costruisce le scene dei film, infischiandosi della logica. Però è una devianza consona a ragazzi cresciuti a spot. E così il cerchio si chiude.