Una Spa per le emergenze: ecco quali sono i vantaggi

Il dibattito sulla creazione di una Spa incaricata di esercitare le attività strumentali del Dipartimento di Protezione civile - che già nelle scorse settimane aveva provocato non poche critiche meramente ideologiche («vogliono fare profitti sulle catastrofi», ha urlato qualcuno a sinistra) - è stato pesantemente inquinato dalle vicende giudiziarie di questi giorni. È un peccato: un argomento così intensamente legato alla sicurezza della comunità nazionale avrebbe meritato una discussione di merito scevra da polemiche di bottega.
Non da oggi, Silvio Berlusconi sa che in un Paese paralizzato dalla lentezza delle procedure ordinarie, si muove speditamente solo l’emergenza. Facendo di necessità virtù, già da qualche anno il premier ha trovato nel Dipartimento della Protezione civile lo strumento ideale per le sue esigenze di presidente-imprenditore: dai funerali di Papa Wojtyla alle alluvioni, dal terremoto dell’Aquila alle regate della Coppa America, il governo ha usato la Protezione civile per superare i ritardi e l’idiozia burocratica della macchina statale. L’istituzione di una società In-house, con cui snellire ulteriormente le procedure operative, è quindi parsa a Berlusconi la naturale evoluzione del processo di potenziamento del ruolo del Dipartimento, sempre più simile – per funzioni, per autonomia dal governo e per logica imprenditoriale – alla Federal emergency management agency statunitense. Quest’ultima, è interessante notare, non si limita alle operazioni di allertamento, soccorso e superamento delle emergenze, ma eroga (a pagamento) servizi di consulenza ed affiancamento ai governi locali e statali ed eroga addirittura finanziamenti a famiglie ed imprese colpite da catastrofi ambientali.
Non è tutto oro ciò che luccica, ovviamente. Non ci piace la Protezione civile che si occupa di organizzazione di eventi. E sono molto sensate le obiezioni di chi (anche tra le fila del Pdl, pensiamo a Mario Baldassarri) invita a riflettere sul fatto che la ricerca dell’efficienza non può essere un alibi per aggirare le esigenze di trasparenza. In altri termini, è importante evitare che Protezione civile Spa replichi le opache dinamiche gestionali di tante società municipalizzate in giro per l’Italia. Come farlo? Facendo sì che la società operi il più possibile in un ambiente e secondo logiche di mercato.
All’indomani del terremoto in Abruzzo, da più parti era stata avanzata la proposta di una polizza assicurativa obbligatoria sugli immobili contro i rischi derivanti da calamità naturali. Proprio la Federal emergency management agency rappresenta un esempio interessante, quantomeno dal punto di vista dell’architettura istituzionale: l’agenzia raccoglie le compagnie che aderiscono al programma di assicurazione pubblico e fornisce ai cittadini la possibilità di assicurarsi facendo loro pagare premi tanto più bassi quanto migliori siano la loro adesione a criteri di sicurezza e l’applicazione da parte delle amministrazioni locali di piani territoriali di prevenzione. Prendendo come spunto il modello statunitense, si potrebbe assegnare alla Protezione civile Spa una parte dei premi assicurativi pagati dai proprietari degli immobili. La società avrebbe tutto l’interesse a ridurre i rischi di eventi calamitosi, perché su di essa ricadrebbero gli esosi costi gestionali dell’emergenza.
Con molto più zelo di quanto sappia fare oggi lo Stato, le assicurazioni private e la Protezione civile Spa interverrebbero sul fronte della prevenzione, premendo presso lo Stato, le regioni e gli enti locali perché siano rispettati gli standard di sicurezza rispetto ai terremoti, alle inondazioni, alle alluvioni ed alle altre tipologie di calamità. D’altro canto, per poter pagare il meno possibile, sarebbero gli stessi proprietari di immobili – a cui si potrebbero aggiungere anche i proprietari di infrastrutture pubbliche – a pretendere che le autorità politiche non siano omissive o in ritardo nell’implementazione di piani di sicurezza.
A questo modello dovrebbe ispirarsi il processo di «privatizzazione» della Protezione civile, non a quello della mera aziendalizzazione di un pezzo di amministrazione pubblica.
Nei prossimi giorni, è presumibile che alla voce «Protezione civile» i motori di ricerca daranno come risultato paginate intere di cronaca giudiziaria. Posatasi la polvere, è opportuno che la discussione sul futuro della Protezione civile prenda una piega più concreta. Lo impone la tutela della sicurezza dei cittadini, lo impongono i contribuenti su cui continuano a scaricarsi i costi del mancato ammodernamento del sistema.
*Ricercatore Istituto Bruno Leoni