Spaccatura bipolare

Qualche giorno fa il presidente della Repubblica ha dato voce all’intero Paese. Non è più possibile, ha detto, avere una società nazionale spaccata in due i cui rappresentanti siano permanentemente con l’elmetto in testa. Ne va della stabilità democratica. Un giudizio tranchant che non ammette replica. E infatti tutti hanno applaudito, qualche volta anche stizziti come Romano Prodi per il negativo giudizio presidenziale sulla Finanziaria. Nessuno ha voluto esplicitare ciò che Napolitano non poteva chiaramente dire. Sul banco degli accusati siede innanzitutto la composita maggioranza di governo i cui componenti altro non fanno che urlare, anche con cortei, la propria diversità ad ogni piè sospinto solo per legittimare politicamente la propria minuscola organizzazione e la propria utilità marginale nell’economia parlamentare. Su quel banco degli accusati c’è anche il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, responsabile di una Finanziaria «mostro», confusa, complessa e recessiva. E, infine, c’è una responsabilità generale in Parlamento nel quale ciascuno privilegia l’urlo e lo scontro piuttosto che un’offensiva ragionata per una reciproca persuasione.
Tutte responsabilità vere ma tutte comunque parziali, figlie di un sistema sbagliato. Il grande imputato di cui Napolitano non può fare il nome, infatti, è l’intero sistema politico battezzato da dieci anni a questa parte con il nomignolo di sistema bipolare. La grande bugia di questi anni è stata quella di far credere che la democrazia dell’alternanza fosse legata a questo bipolarismo maggioritario che altro non produce, invece, che due schieramenti disomogenei, due carri di Tespi dove ognuno imbarca di tutto e di più perché si può vincere o perdere per un pugno di voti come hanno dimostrato le ultime elezioni.
E se la battaglia è all’ultimo voto ognuno diventa essenziale e ciascuno, lo ripetiamo, deve urlare sempre e comunque la propria diversità per sostenere politicamente la propria indispensabilità. Ecco dove ci siamo cacciati con quel modernismo di facciata che dal ’94 in poi ha ritenuto di poter governare con un sistema maggioritario una società industrializzata scossa, peraltro, dalle nuove incertezze di un mondo globalizzato. Il risultato è stato quello di ridurre il Parlamento ad un ruolo puramente notarile di alleanze spurie e confuse fatte in cabina elettorale. Guai a chi le cambia quelle alleanze perché viene messo alla gogna come traditore, venduto e voltagabbana dai grandi «pensatori» moderni. Ad un Parlamento privato del suo ruolo fondamentale, quello cioè di essere il luogo della sovranità popolare in cui si costruiscono le alleanze politiche, non resta altro che il cortile dell’insulto tra l’arroganza della maggioranza e la protesta permanente dell’opposizione. In nessun’altra democrazia occidentale accade questo. I Paesi che hanno voluto dare maggiore forza all’esecutivo hanno sempre introdotto il sistema presidenziale che separa nettamente i poteri del Parlamento da quelli del presidente eletto direttamente garantendo così governabilità e rappresentatività (Usa, Francia, Israele e via di questo passo).
Quando ci troviamo, invece, in una democrazia parlamentare come quella italiana in cui esistono, peraltro, cinque-sei opzioni politiche vere per non farle proliferare artificiosamente deve essere il Parlamento a decidere le alleanze di governo sulla base della forza che il popolo ha dato a ciascun partito. In tutta Europa è così (Spagna, Germania, Austria, Belgio, Olanda e altri ancora) e in tutta Europa le società nazionali sono governate con maggiore compostezza e con una coesione di fondo. E allora senza perdersi nella polemica dell’uovo e della gallina, il processo di ricomposizione politica tra i partiti e la riforma del sistema elettorale per un proporzionale con soglia di sbarramento e voto di preferenza sono gli unici rimedi ai mali denunciati dal nostro presidente della Repubblica se si vuole restare in una democrazia parlamentare. Diversamente la guerra continuerà con tutti i suoi feriti e le sue macerie.