Spacciatori tassati sulla vendita di coca

Treviso Due arresti e sedici denunce per spaccio di droga. Un buon colpo, visto che l’indagine va avanti da un annetto e che la guardia di finanza di Treviso è arrivata a documentare e contabilizzare 8 chili e mezzo di hashish e oltre un etto e mezzo di cocaina. Non è però che i personaggi coinvolti si siano scomposti più di tanto: buoni avvocati, solite udienze, qualche giorno di galera e poi via a riprendere il lavoro. Per spaventare questi delinquenti, però, ci vuole ben altro. Tipo far loro pagare le tasse sui guadagni percepiti nell’esercizio della professione di spacciatore.
Non è una battuta, è una possibilità espressamente prevista dai codici tributari alla voce «tassazione dei proventi illeciti». Sulla base dell’indagine condotta dai finanzieri trevigiani è stato possibile ricostruire il conto economico della premiata ditta, che chiudevano con cospicui utili, ovviamente illeciti. Di qui il duplice binario: da una parte il procedimento penale, l’arresto, l’accusa di spaccio di sostanze stupefacenti, la condanna a una pena detentiva; dall’altra la denuncia dei redditi. Nel caso degli spacciatori trevigiani, i finanzieri hanno calcolato che i ricavi ammontavano a circa 40 mila euro. È chiaro che quell’importo sarebbe passibile di sequestro, ma non essendoci i soldini, tanto vale mettere in piedi un procedimento che, almeno, assicuri alle casse dello stato l’imponibile evaso. E quando si mette in moto la macchina del fisco, non si scappa. Nel caso della «ditta» trevigiana specializzata in spaccio, il conto presentato dall’erario sarà piuttosto salato. I due «manager» arrestati, un operaio di 24 anni e un collega marocchino di 27 anni, dovranno pagare le imposte sui redditi percepiti dalla vendita, appunto, di 8 chili di hashish e di un etto e mezzo di cocaina. Se lo viene a sapere Tremonti, il deficit pubblico è destinato a sparire dopo un paio di settimane di sapienti indagini.