Spacciavano coca In manette tecnici Mediaset

Milano Sarebbe una retata di trafficanti di calibro mediobasso, di quelle che di solito finiscono in una «breve» in cronaca locale. Ma a dare inevitabilmente risalto mediatico all’operazione che nella notte di ieri compiono i carabinieri del Nucleo investigativo di Milano è il nome dell’azienda dove lavoravano e spacciavano tre dei tredici arrestati: in cella finiscono tre dipendenti di Mediaset, due tecnici in servizio negli studios di Cologno Monzese e uno presso il Toc (la centrale che cura l’emissione del segnale) di Segrate. «L’azienda non è coinvolta», specifica l’ordinanza di custodia, e di questa precisazione i legali del gruppo vanno a ringraziare di buon mattino i magistrati. Anzi è parte lesa.
Lo stesso scrupolo ha portato i magistrati a «omissare», nelle trascrizioni allegate all’ordinanza di custodia, i nomi - si parla di un giornalista e di una showgirl - che gli spacciatori indicavano, in una conversazione intercettata, tra i loro clienti. Potrebbe trattarsi di una millanteria, e comunque - si sottolinea negli ambienti investigativi - l’acquisto di droga a fini personali non è un reato, e per questo motivo si è scelto di non «dare in pasto» al pubblico i nomi dei presunti acquirenti. Ma nei prossimi giorni i tecnici arrestati verranno interrogati. E potrebbero essere loro, a quel punto, a smentire o a confermare i nomi contenuti nelle intercettazioni omissate, e a restringere o ad allargare il «giro» al centro dell’indagine.
I tre dipendenti Mediaset arrestati sono Domenico Molle, Damiano Foschi e Niccolò Ghinzani. Il nome di quest’ultimo non era contenuto nell’ordinanza di custodia ma in un decreto di perquisizione: a casa sua carabinieri hanno però trovato 60 grammi di hashish, e anche Ghinzani è finito in carcere. Molle (che ha alle spalle precedenti specifici per spaccio di droga) e Foschi sono accusati di avere venduto dentro i cancelli del Biscione quantità non elevate ma costanti di hashish e soprattutto di cocaina. Si tratta di dettaglianti dello spaccio, ma con un giro abbastanza florido, costituito soprattutto dai colleghi di lavoro. Il consumo di spinelli, secondo alcune deposizioni, sarebbe avvenuto anche all’interno dell’azienda, negli intervalli pranzo e al termine dei turni, all’interno di capannelli che si radunavano senza eccessiva cautele. Sui telefoni interni di Mediaset avvenivano anche una parte delle trattative, e questo ha reso problematiche le attività di intercettazione.
La retata di ieri notte è una costola di una inchiesta ben più vasta, e ancora in corso, su alcune organizzazioni internazionali dedite al narcotraffico, condotta dal pool Antimafia nella persona del sostituto procuratore Antonio Sangermano: che è titolare anche delle indagini su Silvio Berlusconi e Emilio Fede per il «Rubygate», e che per pura coincidenza si è trovato ad essere titolare anche di questo fascicolo. La Procura ha deciso di stralciare dal filone principale il troncone di indagine dove compaiono i tre tecnici di Mediaset, e di fare partire la richiesta di custodia, per due motivi: per iniziare a smaltire una parte del fascicolo, evitando di affollare troppo i futuri processi; e per evitare che i nomi di vip che compaiono nelle intercettazioni omissate divenissero merce di scambio e di ricatto tra le diverse anime del clan.