Uno "Spaccone" per finta eccezionalmente normale

«E chi sei... Paul Newman?». Certi modi di dire popolari custodiscono piccole/grandi verità. Sia che indichino un modello irraggiungibile (e di sicuro l’attore era un fuoriclasse baciato da bellezza e talento); sia che aiutino a ridimensionare l’ego di chi se la tira, e di nuovo non è il caso di Newman, «spaccone» solo nella finzione.
In effetti, c’era qualcosa di speciale in questo uomo sensuale e intelligente, dotato di autoironia e tuttavia capace di fare le cose sul serio senza prendersi sul serio. Nel 2001 i critici del Regno Unito l’avevano definito «il migliore di tutti i tempi». Esagerando, naturalmente, perché certe graduatorie lasciano il tempo che trovano. Sean Connery non è meno bravo di Laurence Olivier, così come è a tutti chiaro quanto sbagliasse Sergio Leone nel definire Clint Eastwood interprete capace di due sole espressioni, «con cappello e senza cappello». Però, se metti l’uno dietro l’altro fatti e fatterelli, film e personaggi, atti e pronunciamenti, bisogna riconoscere che Paul Newman aveva una marcia in più rispetto a tanti colleghi hollywoodiani pur ricolmi di fascino e carisma.
Leggenda vuole che il suono preferito dall’attore fosse «il rumore di un motore otto cilindri a V». Amava le auto da corsa, tanto da gareggiare a Le Mans, ma il suo non era rifiuto della lentezza (o della saggezza). Se c’era da andare controcorrente, non si tirava indietro. Otto anni fa, ancora in buona salute, aveva confessato al Daily News di pensare alla morte: «Sono alla ricerca di qualcosa di spirituale che mi aiuti a attraversare quel momento con grazia, con un senso di dignità». Intanto metteva nome e denaro al servizio di una titanica attività di filantropia (100 milioni di dollari in due lustri) per ridare un po’ di conforto a migliaia di bambini malati, travestendosi perfino da clown, con tanto di naso rosso. Tre anni dopo - altra uscita singolare dell’uomo - non si sarebbe vergognato di apparire in uno spot contro la disfunzione erettile. «Ehi, sono Paul Newman. Sei impotente? Curati!», si rivolgeva al maschio in crisi, giocando sulla propria età, senza tirarsi fuori dal mucchio. Del resto, lui, così venerato dalle donne per il lampo stellare dei suoi famosi «blue eyes», il sorriso malandrino e la virilità a fior di pelle, andava ripetendo che «la cosa veramente stupida della mia vita è essere stato un sex-symbol».
A pensarci bene, è stato Paul Newman anche nel modo di lasciare il cinema. Senza distendersi grottescamente sul viale del tramonto, accettando di comparire in Era suo padre e poi basta, o quasi. L’amico Robert Redford, dodici anni più giovane, l’aveva cercato per girare un terzo film insieme, dopo Butch Cassidy e La stangata, una storia crepuscolare, A walk in the woods. Fu lo stesso Newman a sottrarsi, ufficialmente per problemi di memoria. In cuor suo aveva già dato l’addio al set, per occuparsi di cibo biologico e di beneficenza, ogni tanto di politica (in favore di Al Gore).
Già: «E chi sei... Paul Newman?». Vai a sapere se si sentiva tale. Sullo schermo, a lungo, aveva incarnato l’eroe seduttivo e mascalzone, la simpatica canaglia in jeans o bombetta, il detective Harper con l’acqua alla gola o l’incorreggibile Nick mano fredda. Con l’età erano cambiati i ruoli: avvocato alcolizzato, governatore puttaniere, padre vulnerabile, perfino un Buffalo Bill da macchietta. Ma era sempre lui. Continuava a emanare un che di speciale. Un’altra natura, un’altra classe. Un campione celestiale. Come «el Pibe de oro». Infatti usiamo anche dire: «E chi sei... Maradona?».