SPAGNA, 17 LUGLIO 1936 La guerra degli scrittori

Iniziava 70 anni fa un conflitto civile che vide contrapporsi anche due schiere di intellettuali. Alcuni di essi pagarono con la vita, altri furono segnati per sempre da quelle violenze

Settant’anni fa, il pomeriggio del 17 luglio 1936, aveva inizio a Melilla in Marocco il colpo di Stato che doveva dilaniare la Spagna per tre anni. Il tragico avvenimento è ora ricostruito dallo storico inglese Antony Beevor nel monumentale volume La guerra civile spagnola (Rizzoli, pagg. 590, euro 24,50, traduzione di Enzo Peru). L’importanza del libro è legata non solo alla mole dei documenti inediti analizzati, ma anche alla diversa prospettiva in cui si colloca lo studioso per superare la tesi dello storicismo accademico, che fissa la causa del conflitto nella contrapposizione fra democrazia e fascismo: una visione riduttiva che limita la complessa problematica della guerra spagnola allo scontro fra sinistra e destra, preludio dell’evento mondiale.
Per Beevor occorre considerare altri aspetti: il centralismo statale contrapposto alle istanze di indipendenza di alcune regioni (Catalogna e Paesi Baschi), e l’autoritarismo contro la libertà dell’individuo. Il libro indaga anche sulla società del passato, ricostruisce il periodo turbolento degli anni Trenta, che vede allineati socialisti, anarchici, comunisti da una parte, e militari, Chiesa, borghesia terriera dall’altra; antinomie di matrice internazionale, ma che in Spagna assumono implicazioni diverse, anche se non sempre spiegano l’esplosione di una violenza così terribile. Beevor s’interroga sulla possibilità che le elezioni del 1936 fossero vinte dalla destra al posto della Repubblica, e manifesta il dubbio che difficilmente il risultato sarebbe stato accettato come legittimo: il leader socialista Largo Caballero - commenta - aveva minacciato che, in caso di vittoria della destra, sarebbe scoppiata una guerra civile. Un’altra domanda avanzata dallo studioso è che cosa sarebbe accaduto in Spagna se al posto di Franco avessero trionfato le forze della coalizione di sinistra. Probabilmente - risponde - la nazione «sarebbe rimasta in condizioni simili a quelle delle repubbliche popolari dell’Europa centrale o dei Balcani fino al 1989». Tutte ipotesi plausibili, poiché la storia della guerra civile spagnola «è stata scritta con maggiore persuasione dagli sconfitti nel conflitto, che non dai vincitori».
Di grande interesse è il capitolo sulla partecipazione degli intellettuali alla guerra, in cui l’autore fornisce una lunga lista (non priva di lacune) dei sostenitori dell’uno o dell’altro fronte. Ricco è l’elenco degli scrittori stranieri che appoggiarono la Repubblica: André Malraux, George Orwell, John Cornfond combatterono sul fronte; altri, come Ernest Hemingway, John Dos Passos, Wystan Hugh Auden, Stephen Spender, Luis Aragon, Paul Eluard scrissero sulla guerra, trascorrendo lunghi periodi nel Paese. La narrativa (ma anche il cinema) ha lasciato una vasta enciclopedia letteraria sull’argomento; tra gli ultimi libri si distinguono i romanzi I girasoli ciechi di Alberto Méndez, che illustra con struggenti metafore la vita spagnola fra gli anni Trenta e l’immediato dopoguerra, e Morte di un traditore di Ignacio Martínez de Pisón, che ricostruisce attraverso un vasto lavoro di ricerca la storia di José Robles Pazos, grande amico di Dos Passos, scomparso nelle tetre prigioni staliniste.
Il motivo offre lo spunto per parlare del coinvolgimento degli uomini di cultura spagnoli e vedere quali sono le motivazioni che li spinsero a fare una scelta di campo, a volte semplicemente imposta dalla geografica politica che divise la Spagna. In questo senso fu la Generazione del 27, formata da un gruppo di poeti particolarmente dotati (García Lorca, Jorge Guillén, Pedro Salinas, Rafael Alberti, Luis Cernuda, ecc.), quella che visse maggiormente il trauma provocato dalla guerra: l’immane tragedia causata dallo scontro (per alcuni, un milione di morti) spezzò l’unità del loro sodalizio letterario, separò i membri della stessa famiglia, disperse per sempre i suoi rappresentanti migliori. Durante la guerra, ma soprattutto dopo la vittoria di Franco, numerosi intellettuali si rifugiarono nei Paesi dell’America latina, in particolare in Messico; solo un piccolo nucleo di protagonisti (tra cui Dámaso Alonso, Vicente Aleixandre, Gerardo Diego) scelse di restare in patria.
Il dramma della cultura nazionale inizia con la morte di García Lorca: il poeta non si schierò mai apertamente con alcuna fazione politica («In caso di guerra, l’unico a salvarsi sarà Federico», andava ripetendo l’amico Guillén), anche se profondi rapporti personali lo legavano al ministro della Pubblica Istruzione, Fernando de los Ríos, e all’ambiente culturale e politico della Repubblica (suo cognato, Manuel Fernández Montesinos, sindaco socialista di Granada, fu fucilato il 16 agosto). Era poi nota l’omosessualità del poeta e la sua amicizia con scrittori ideologicamente impegnati; elementi sufficienti, nel clima violento della rappresaglia militare, per inserire il granadino nella lista dei nemici da eliminare. Avvertito il pericolo, Lorca si rifugiò nella casa dell’amico poeta Luis Rosales, membro di un’importante famiglia falangista di Granada, ma il 16 agosto fu prelevato, rinchiuso in una cella del Governo civile e quindi trasferito nella località di Víznar. All’alba del 18 o 19 agosto fu condotto con altri quattro prigionieri vicino alla Fuente Grande, l’antica Ainadamar o Fontana delle lacrime, e lì venne brutalmente ucciso. Comprensibile è la decisione di Federico di nascondersi in casa di un falangista, poiché egli confidava nel valore dell’amicizia e nel comune interesse per la poesia, ideali che purtroppo si dimostrarono inefficaci contro la barbarie politica.
Tre giorni dopo, un altro turpe assassinio: il giovane poeta di Malaga José María Hinojosa, che frequentò la Residencia de Estudiantes di Madrid con Lorca, Buñuel e Dalí (il quale gli ha dedicato un delicato ritratto), e di cui abbiamo straordinarie fotografie che li vedono allegramente insieme, è fucilato insieme al padre e al fratello da individui armati del partito repubblicano. Il silenzio calato sul poeta è legato alla scomparsa del grande Federico, simbolo delle atrocità franchiste, difficile da condividere con l’uguale sorte toccata a Hinojosa per evitare sgradite analogie.
Occorre dire che il fronte popolare poté contare sull’adesione della maggior parte degli intellettuali spagnoli (a eccezione di Eugenio d’Ors, Manuel Machado, Gerardo Diego, José María Pemán, Antonio Maravall, Leopoldo Panero, Luis Vivanco, Luis Rosales, Dionisio Ridruejo, ecc.). I due schieramenti hanno cercato successivamente di riaprire il dialogo, attraverso contatti personali e il contributo di alcune riviste autorevoli, come Insula, che accolse nelle sue pagine voci significative di scrittori in esilio. Il magistero esercitato dal premio Nobel Vicente Aleixandre, punto ideale di riferimento degli amici della diaspora intellettuale, fu un altro elemento di coesione che favorì il legame interrotto con i compagni lontani: la guerra troncò sodalizi umani e letterari, cancellò iniziative e progetti comuni. Molti scrittori e artisti (Juan Ramón Jiménez, Manuel de Falla, Ramon Gómez de la Serna) abbandonarono la Spagna, intimoriti dal clima di violenza fisica che vi si respirava; altri (e sono i più, come Rafael Alberti, Emilio Prados, José Bergamín, Juan Larrea, Ramón Sender, Max Aub, María Zambrano e tutti gli intellettuali della Spagna pellegrina) fuggirono dal Paese perché fedeli ai loro ideali repubblicani. Il tentativo di riavvicinamento fra le due parti avviene concretamente nell’ambito della vita accademica a metà degli anni Sessanta, nel periodo della Transizione.
Giovane studente, ho assistito al ritorno di esuli illustri, invitati a tenere nelle università spagnole cicli di lezioni durante i corsi estivi riservati agli stranieri. Ricordo la figura del poeta German Bleiberg, amico di Lorca (era stato attore nell’esperienza teatrale della Barraca), appena tornato ad Alicante dagli Stati Uniti per un incontro con alcuni ispanisti europei. Dopo la conferenza, lo accompagnai nel cimitero della città a visitare la tomba del poeta Miguel Hernández, suo compagno di prigione, morto all’età di 32 anni in carcere. Durante il cammino mi raccontò che, nel penitenziario dove languiva, Miguel gli insegnò a radersi la barba con il vetro appuntito di una bottiglia, che ruppe davanti a lui e affilò magistralmente contro una pietra.
Nel triste computo delle vittime entra anche il grande poeta Antonio Machado, mentre suo fratello Manuel Machado, anch’egli poeta di valore, rimase nella zona conquistata dai nazionalisti. Dopo la caduta di Barcellona, Antonio fuggì con la vecchia madre a Collioure, sul confine francese, dove muore poco tempo dopo a causa degli stenti e delle sofferenze patite. Nei tristi giorni del soggiorno uscì solo una volta a vedere il mare di cobalto che splende nella piccola baia: poco lontano c’era la Spagna sconvolta dalla rappresaglia dei vincitori. In quel momento Machado certamente pensò ai compagni caduti e ricordò Federico ucciso «nella sua Granada». Forse invocò il nome dell’amato fratello Manuel, che non avrebbe più rivisto: la guerra fratricida li aveva separati per sempre.