La Spagna, crema catalana con un po’ di zuppa inglese

Può tornare grande con l’ossatura di Barcellona e il blocco Liverpool. E parlano le cifre: segna più di tutti

Nostro inviato a Vienna

C'é un'anima catalana e un blocco inglese, ma è la Spagna che non ti aspetti: un gruppo unito, che regala buon calcio e non mette avanti a tutto quel gioco delle parti che ha sempre diviso catalani, baschi e il resto della nazione. "Una Spagna pronta a tutto" ha sintetizzato Cesc Fabregas.

Una volta c'era  Javier Clemente che convocava solo giocatori baschi, dimenticando Michel e Martin Vasquez. "Perché gli altri sono migliori", raccontava con una bella faccia tosta. Oggi c'è nonno Aragones che ha lavorato sulla tecnica e sulla testa, affidandosi affidandosi a una colonna vertebrale che ha cuore e humus della terra di Catalogna. L'emigrazione è servita a creare giocatori davvero internazionali. In quattro (Reina, Arbeloa, Xabj Alonso, Torres) arrivano dal Liverpool. Uno, quello che tutti chiamano semplicemente Cesc, vien dall'Arsenal ma rappresenta progresso, modernità evoluzione del gioco spagnolo. Quando entra lui la squadra cambia faccia.

Spagna così diversa da quella che, nel 1964, vinse l'unico europeo nella quale Aragones, che oggi sta in panca, era un giocatore di riserva, Amancio e Zoco i portabandiera del Real Madrid e Luisito Suarez l'incontrastata stella del centrocampo. Oggi dici centrocampo e sfogli una serie di intriganti pesi leggeri. Xavi Hernandez, che tutti chiamano "la macchina" distribuisce palloni come fosse un ragioniere, ma poi preferisce vedere una telenovela piuttosto che una partita di pallone.  Marcos Senna, il brasiliano naturalizzato che copre le spalle a tutti. Andreas Iniesta, anima del patto del sushi, storia di una gita al ristorante giapponese, nel giorno di pausa, da cui è nato uno sorta di unione fa la forza fra i giocatori spagnoli.

E appunto Fabregas, l'uomo che parte sempre dalla panchina. Insomma non c'è una stella, ma c'è un gruppo che ha cancellato atavici atavici timori e timidezze. Ma poi la crema arriva dal clan dei catalani, composto da Fabregas, Capdevilla, il terzino sinistro, Xavi Hernandez, Fernando Navarro, Carles Pujol, detto Tarzan, lo stopper innamorato della cultura calcistica italiana, a cui vanno aggiunti tre catalani adottivi, che hanno passato tanta parte della storia a Barcellona: Iniesta, Xabi Alonso e Reina. Fabregas è il catalizzatore. Pujol un leone indomabile che, quest'anno, ha sofferto crisi depressive: la morte del padre, la fatica a recuperare, c'è voluta un'autoanalisi per non scoraggiarsi.

Nella storia calcistica la Spagna ha sempre fatto la parte dell'incompiuta, stavolta ha una faccia più compiuta. Lo dicono anche le cifre dell'Europeo: la squadra con il capocannoniere (Villa, ora infortunato), maggior numero di gol segnati (11), maggior numero di tiri e tiri in porta, maggior numero di assist, ha vinto tutte le partite.

Ed è davanti a tutti anche nella classifica della storia: in 50 anni ri europei ha ottenuto il maggior numero di punti (177), ed anche di reti (272). Giochi delle statistiche. Ma qualcosa dicono. Poi ci sono i ghiribizzi del pallone. Platini vinse l'unico suo titolo calciando una punizioneche sbeffeggiò Luis Arconada, uno dei tanti portieri baschi della storia spagnola. L'altro giorno Michel lo ha chiamato: "Vieni a vedere la finale?". E quello è rimasto con due palmi di naso."Vuoi prendermi in giro", gli ha chiesto. "No, soltanto vorrei che fosse qualcuno che ha giocato l'ultima finale della Spagna". Appunto Francia-Spagna, 24 anni fa. Ora Michel ha rimorso e pronta una coppa da consegnare.