La Spagna ha in più l’orgoglio nazionale

Caro Granzotto, riconfermando la propria fiducia in Zapatero, gli spagnoli mostrano di essersi liberati dai fantasmi della «destra» e della «sinistra». Votano chi ritengono più adatto a governare indipendentemente dal simbolo che lo rappresenta. Continuo però a chiedermi come abbia fatto un Paese fino a ieri fanalino di coda dell’Europa, all’apparenza arcaico, bigotto e sostanzialmente privo di materie prime, a progredire con una tale rapidità da superarci nella graduatoria dei paesi più industrializzati. La Spagna ha fatto meraviglie, dalla trasformazione di Barcellona in «città europea» alla rete dei treni ad alta velocità; è tutto un progresso. Qual è a suo parere la marcia in più degli spagnoli?


L’avere nelle vene sei secoli di Stato, caro Alessi. Ci aggiunga che agli spagnoli non si è mai appannata la consapevolezza di esser stati una grande potenza - e per un certo tempo addirittura «la» grande potenza - di appartenere ad una hispanidad, di parlare una lingua madre per 350 milioni di individui, tutte cose che fanno da mastice, che contribuiscono a sviluppare un solido senso di appartenenza. La nostra storia è invece quella che è: un Risorgimento appannaggio delle élite, ciò che ne ha condizionato l’esito, insidia sulla quale Mazzini non si stancò di mettere in guardia ripetendo che se dal processo di formazione dello Stato unitario fosse stato escluso il popolo, questo non l’avrebbe mai sentito suo. Ed è quel che è successo. Senza dire del modo maldestro - mi limito, per carità di patria, a quest’aggettivo - con cui è stata saldata la cerniera fra Nord e Sud, trattato come una colonia (penale) da sussiegosi piemontesi per i quali il Meridione era, né più né meno, «Affrica». La mancanza o la tiepidezza, se vogliamo essere generosi, di senso dello Stato si ripercuote sul fiato, che abbiamo corto. Ciò che ci ha riportato, una volta esauritosi lo slancio del «boom» economico, all’ordine sparso che ci è congeniale. Ed eccoci qui ad accapigliarci per quaranta chilometri di Alta Velocità (direzione Lione, poi!) mentre loro, gli spagnoli, se ne vanno comodi comodi da Madrid a Barcellona in due ore e un quarto. Noi qui a fare il gioco del cerino con l’Alitalia, mentre la loro compagnia di bandiera è leader sulle rotte tra l’Europa e il Centro-Sud America. Noi che consentiamo uno scandalo come la Salerno-Reggio Calabria, in cantiere da vent’anni, e intanto loro dispongono della rete autostradale più estesa d’Europa. Per la riconversione dell’ex area industriale del porto di Napoli abbiamo sfornato un centinaio di progetti, un migliaio di convegni e un miliardo di chiacchiere. Senza mai passare, va da sé, dalle parole ai fatti. Mentre in quattro e quattr’otto (e ancor meno chiacchiere) la vecchia, decrepita area portuale di Barcellona si è tramutata in uno dei più eleganti e piacevoli quartieri della città.
Un’altra delle palle che, a differenza degli spagnoli, ci siamo saldamente assicurata al piede sono le eccezioni ideologiche e culturali che poniamo ad ogni progetto di sviluppo, massime se di interesse generale. Tanto per intenderci: quando una ventina d’anni fa si ventilò l’ipotesi di fornire Torino di una metropolitana, il sindaco Novelli, Pci, si oppose: il tram sì, sentenziò, «perché è un mezzo proletario». Di metropolitana, «mezzo di trasporto borghese», neanche a parlarne. E difatti non se ne parlò fino a quando, «per fare bella figura nel mondo», la città non si rimpannucciò in occasione delle Olimpiadi invernali. Vent’anni perduti, insomma, per le fisime di uno che in Ispagna avrebbero mandato, di corsa, dove sappiamo bene, ma che qui, da noi, seguita a montare in cattedra e a tenere ascoltate lezioni sul declino e il declinismo. Lui.