Spagna, è lesbica e il giudice: via i figli

Affidati al padre perché "l'ambiente omosessuale aumenta il rischio che anche i minori lo diventino". Insorgono le associazioni gay e i politici. Il ministro della Giustizia Bermejo: verdetto anticostituzionale

Madrid - Un magistrato di Murcia ha pronunciato un sonoro «no» al governo socialista di José Luis Rodriguez Zapatero, il più liberale in Europa in materia di diritti alle copie omosessuali. E lo ha fatto con una sentenza che è stata resa nota soltanto ieri e che sta dividendo l’opinione pubblica spagnola: Fernando Ferrin Calamita, giudice per la famiglia del capoluogo della regione sud-ovest, ha tolto a una madre la custodia delle due figlie di 6 e 12 anni affidandola al padre perché la donna è lesbica. Nelle motivazioni della sentenza si legge che «l'ambiente omosessuale aumenta sensibilmente il rischio che anche i minori lo diventino» e, quindi, secondo il giudice, la madre, che attualmente ha una relazione con un’altra donna, «deve scegliere fra l’educazione e la tutela delle proprie figlie e la sua nuova compagna».

Una spiegazione quella contenuta nella sentenza del giudice Ferrin Calamita che, senza troppi giri di parole, nega la validità della legge sul matrimonio omosessuale approvata in Spagna nel giugno del 2005 dal premier spagnolo. Un argomento assai caro a Zapatero che, prima durante la sua campagna elettorale, e poi nei primissimi mesi di governo, trasformò nella sua testa di ariete per sfondare e scardinare a colpi di provvedimenti choc quello che che era il concetto di famiglia. Nella sentenza oltre a essere chiaramente sottolineate le ragioni che impediscono a due genitori omosessuali di trasmettere una comune educazione capace di integrare la componente maschile e femminile, il giudice Ferrin Calamita aggiunge che «non è necessario essere uno specialista in psicologia per comprendere questo, lo dice chiaramente il senso comune».

Ma vediamo la storia. La donna a cui è stata tolta la tutela, due anni fa era stata sorpresa dal marito in flagrante mentre consumava un atto sessuale con un’altra donna. Il marito chiese e ottenne il divorzio e puntò sull’affidamento delle figlie. Che ora il giudice gli ha riconosciuto con una sentenza che è già stata tacciata di «razzismo» dalle associazioni gay e lesbiche di Spagna. Nella mischia è scesa anche Ana Maria Perez del Campo, presidentessa dell'Associazione delle madri separate e divorziate che ha tuonato contro la sentenza: «È un attentato alla democrazia, un atto incostituzionale che va subito fermato e rivisto». «Il giudice non può decidere basandosi soltanto sull’orientamento sessuale di uno dei due genitori», ha fatto eco Altamira Gonzalo, potente avvocato madrileno e presidentessa dell'Associazione del Giuriste Themis.

Immediata anche la risposta del governo Zapatero, che per bocca del ministro della Giustizia Mariano Fernandez Bermejo ha affermato che nella sentenza «sono presenti concetti anticostituzionali» e che gli organi di giustizia preposti stanno studiando il caso per valutare un intervento. La Corte suprema di Murcia, dal canto suo, ha già incaricato gli ispettori di indagare sull’operato del magistrato Ferrin Calamita e di aprire un fascicolo che potrebbe arrivare nelle prossime settimane sui tavoli dei giudici dell’Audencia Nacional, il tribunale supremo di Spagna che ha sempre l’ultima parola sulle questioni più controverse e di rilevanza nazionale. D’altra parte il giudice Ferrin Calamita già in passato era stato additato dai progressisti spagnoli come un togato «retrogrado». Ma questa sentenza dimostra anche che quel veloce processo di assimilazione alle nuove leggi di Zapatero in materia di diritti non è mai avvenuto in modo così definitivo come da tre anni e mezzo vanno sbandierando i socialisti, quando per voce del premier, dicono che «stiamo facendo diventare la Spagna un Paese diverso». O forse è proprio questa diversità imposta con una legge pensata per una minoranza che inizia a dare fastidio davanti a quelli che sono i veri problemi del Paese.